Percezione e consapevolezza dell’inconscio in letteratura
La percezione dell’inconscio in letteratura accompagna da secoli il cammino della scrittura, molto prima che la psicanalisi ne definisse i contorni teorici. Dalla fine dell’Ottocento, tuttavia, il legame tra letteratura e psicanalisi emerge con maggiore chiarezza. Si afferma, infatti, la consapevolezza che la risposta emotiva dell’essere umano subisce l’influenza dell’inconscio, cioè di quell’insieme di aspetti della mente non accessibili alla coscienza.
Questa intuizione parte da Freud. Secondo il padre della psicanalisi, la scrittura può diventare una chiave d’accesso alla verità, perché attinge alle stesse fonti profonde che la psicanalisi esplora con un metodo diverso. Freud ritiene, inoltre, che questa percezione appartenga da sempre a poeti e letterati, definiti da lui sognatori che non si sono analizzati.
Italo Calvino, tra gli autori più attenti al rapporto tra letteratura e interiorità, scrive che l’inconscio è l’oceano dell’indicibile, di tutto ciò che il linguaggio ha espulso o rimosso. Per questo motivo, l’affiorare dell’inconscio, oppure l’immersione in esso, rappresenta una ricerca della verità che l’espressione creativa rende accessibile alla coscienza.
Percezione dell’inconscio in letteratura dalle origini ai miti
La percezione dell’inconscio in letteratura affonda le sue radici in epoche remotissime. Si tratta, infatti, di un fenomeno arcaico, che riporta alle origini del mondo storicamente accessibile. Tracce significative emergono già negli episodi biblici e nei testi classici.
Il racconto di Adamo ed Eva, con l’albero, il serpente, la conoscenza e l’angoscia della perdita, presenta un quadro destinato a protrarsi nel tempo. Allo stesso modo, nell’Odissea, l’episodio di Polifemo mostra la negazione dell’identità di Ulisse, che si definisce Oudeis, cioè Nessuno. Nella fonetica arcaica, Odysseus e Oudeis condividono una matrice comune. Di conseguenza, la consistenza dell’io, che si esprime nel nome, si lega alla sua stessa negazione.
Anche i miti di Edipo e Narciso parlano direttamente alla nostra interiorità. Inoltre, un altro simbolo ricorrente è quello di Arianna, del labirinto e del filo salvifico. Qui emergono la perdita del sé e il viaggio tortuoso verso il riscatto. Non a caso, ancora oggi usiamo espressioni come perdere il filo, filo conduttore, filo della memoria, filo del discorso. Il labirinto resta una delle immagini più affascinanti dell’intrico interiore.
I riti orfici, inoltre, rappresentano ulteriori percorsi di identificazione. Nella letteratura classica, poi, l’ambiguità e la personalità multipla dell’essere umano compaiono già in Plauto, con la maschera e il sosia. L’idea ritorna anche in Seneca, dove l’uomo che simula dietro la maschera si contrappone al saggio, capace di costruire un io saldo nel tempo. Il mondo classico cerca equilibrio e stabilità, ma non sempre riesce a sfuggire, come in Lucrezio o Orazio, a un senso di incompiutezza.
Anche la poesia medievale usa metafore e simboli. Il Graal e i cavalieri erranti esprimono, infatti, una ricerca di verità, ma insieme evocano una dimensione onirica dell’esistenza.
Il conflitto tra ragione e identità nella percezione dell’inconscio in letteratura
Nel Rinascimento prevale una concezione dell’io come coscienza razionale e unitaria. Perciò questo periodo si allontana dalle tentazioni introspettive. Lo stesso orientamento prosegue nel secolo dei Lumi, che celebra l’onnipotenza della ragione.
Tuttavia, tra questi due momenti letterari, il tema identitario e l’incertezza dell’essere si fanno strada soprattutto nel teatro e nella narrativa tra la fine del Cinquecento e il Seicento. Calderón de la Barca, grande voce del Siglo de Oro spagnolo, in La vida es sueño trasforma finzione e doppiezza in metafora. Ancora prima, Shakespeare propone una profonda esplorazione delle azioni umane, insistendo su temi come l’ambiguità e la frantumazione dell’io.
Dunque, anche prima di una definizione rigorosa del termine inconscio, questa dimensione è già presente come intuito, visione, tensione interiore. Quando poi la razionalità entra in crisi e la lezione romantica incrina le certezze classiche, l’io perde il suo carattere unitario. Così, attraverso autori come Novalis, Hölderlin e Hoffmann, la letteratura si apre al sogno, alla notte, all’orrido e alla parte nascosta che abita in noi.
Da Leopardi a Freud: quando l’inconscio diventa consapevolezza
Il discorso è ampio e ricco di esempi. Tra questi spicca Giacomo Leopardi, che vive il conflitto irrisolto tra l’infinitezza delle aspirazioni e i limiti della condizione umana. Deluso dalle promesse della logica, del raziocinio e del positivismo, trova nell’inconscio un mezzo di comunicazione interiore.
Il suo pensiero mostra affinità con Schopenhauer e Kierkegaard, perché sottolinea i limiti invalicabili della soggettività individuale. In questo clima si colloca anche la Scapigliatura. Poco dopo, Rimbaud pubblica un’affermazione destinata a restare centrale: Io è un altro. Non dice “io sono un altro”, ma “io è un altro”. In questa formula si concentra la crisi moderna dell’identità.
È proprio sul finire dell’Ottocento che Freud pubblica L’interpretazione dei sogni, opera fondamentale per l’analisi dell’inconscio e per la definizione del rapporto tra psicanalisi e scrittura. Pur rivendicando alla psicanalisi uno statuto scientifico, Freud la colloca in territori da sempre frequentati dalla letteratura. Sono i territori dei creatori di favole, di chi oltrepassa la logica degli avvenimenti per unire immaginario e razionale.
Per inciso, questo atteggiamento oscillante tra scienza e letteratura gli costò anche il premio Nobel, perché i suoi scritti furono giudicati troppo narrativi per essere considerati esclusivamente scientifici. Eppure il suo merito resta enorme. Esplorando con metodo scientifico le zone d’ombra dell’essere umano, Freud apre nuovi orizzonti a scrittori e artisti e sposta l’attenzione dall’oggettività all’indagine sommersa dell’identità.
Percezione dell’inconscio in letteratura tra Decadentismo e Novecento
Le teorie freudiane vengono assorbite quasi subito da molti autori. Wilhelm Jensen, ne I deliri e i sogni della Gradiva, scava nel profondo e attribuisce alla letteratura una funzione catartica. Il romanzo racconta un viaggio interiore che colpisce profondamente Freud.
Lo stesso accade con Doppio sogno di Arthur Schnitzler, dove, all’interno di una coppia, emergono impulsi e conflitti sospesi tra realtà e sogno. Stanley Kubrick ne trarrà il celebre film Eyes Wide Shut. Nello stesso filone si può collocare anche Lo strano caso del dottor Jekyll e mister Hyde di Stevenson.
Il passaggio dalla semplice percezione alla piena consapevolezza dell’inconscio investe tutta la letteratura successiva. A esso si ispira la nuova poetica del Decadentismo, che stravolge i modelli del Realismo e del Positivismo e li sostituisce con un senso di inquietudine esistenziale. Parallelamente, il Simbolismo, espressione più matura del Decadentismo, trova i suoi interpreti in poeti come Verlaine, Mallarmé, Rimbaud e Pascoli, ma anche in scrittori come Pirandello, Svevo e Joyce.
Particolarmente significativa è l’esperienza letteraria di Giovanni Pascoli. Nel Fanciullino egli esprime la crisi della soggettività razionale. Se il poeta-fanciullo arriva alla verità in modo irrazionale, allora deve affidarsi alla suggestione e al mistero che avvolgono la vita. La poesia, quindi, non inventa, ma svela una realtà segreta che solo il poeta riesce a percepire oltre l’apparenza.
Di grande fascino è anche la narrativa di Franz Kafka, dove situazioni assurde e prive di logica vengono vissute come reali, dentro scenari capaci di mettere in crisi identità e certezze. Allo stesso modo, Oscar Wilde, con Il ritratto di Dorian Gray, affronta la metafora del conflitto e della distruzione di sé.
Il flusso di coscienza e la crisi dell’io nella letteratura europea
Questo diventa il filo conduttore di molte espressioni letterarie europee. Tra gli autori più significativi spicca Thomas Mann con La montagna incantata. Ancora più evidente è il caso dell’Ulisse di James Joyce, opera antitradizionale e frantumata, che cerca nel racconto un ritmo modellato sulla struttura mentale individuale.
Qui ogni personaggio segue il proprio flusso di coscienza. In questa formula non domina il narratore, ma la mutevolezza dell’io. La continuità narrativa si spezza e la narrazione si affida alla registrazione della soggettiva instabilità. Immagini, parole e pensieri si associano liberamente e fanno emergere gli strati profondi della psiche.
L’affermarsi di una presenza femminile come quella di Virginia Woolf dimostra quanto questa formula si adatti alla sensibilità e all’intuito femminile. E infatti non resta un caso isolato. Si assiste, piuttosto, a un vero sdoganamento. Marguerite Duras cerca il disvelamento della realtà e dà voce all’ignoto che vive in noi. Ada Negri, dopo una prima fase di poesia civile, si avvicina all’esplorazione dell’essenza più intima e a un ripiegamento emotivo di tipo decadente. Maria Luisa Spaziani, invece, percorre la via dell’ascolto interiore e prova a fondere, attraverso i simboli, l’impalpabile con il tangibile.
Gli autori italiani e moderni nella percezione dell’inconscio in letteratura
Tra gli italiani spicca Italo Svevo, influenzato sia da Freud sia da Schopenhauer. Ne La coscienza di Zeno l’eroe tradizionale si trasforma in un antieroe ripiegato su se stesso, escluso e inadeguato.
Successivamente, l’Ermetismo porta in primo piano la descrizione soggettiva del vissuto, spesso vicina al flusso di coscienza. Il Surrealismo, invece, estremizza l’affondo nel rimosso e si affida alla scrittura automatica, cioè a un automatismo mentale che rifiuta ogni regola. Sul piano filosofico, poi, la crisi radicale dell’io trova nell’Esistenzialismo una delle sue espressioni più forti, con Jean-Paul Sartre come figura centrale. In questo ambito si inserisce perfettamente Samuel Beckett, che costruisce una narrativa fondata su processi di negazione e disgregazione.
Innumerevoli autori risentono, più o meno radicalmente, di questo clima culturale. Italo Calvino ne è un interprete di straordinaria forza, soprattutto nella simbologia dell’ambivalenza e della personalità multipla. Di sensibilità affine è Raymond Queneau che, ne I fiori blu, affascina con una narrazione visionaria, spaziale e atemporale.
Infine, vale la pena citare Umberto Eco, che nel Nome della rosa gioca con il labirinto e con lo specchio, facendo smarrire il lettore nell’intrico di ciò che appare e non è. Anche Haruki Murakami, in particolare in Kafka sulla spiaggia, costruisce narrazioni dove il soggetto diventa oggetto e l’ambiguo, insieme al doppio, regge l’intera architettura narrativa.
Oggi tra critica e eredità freudiana
Oggi una parte della critica tende a giudicare eccessivo il dominio della psicanalisi in ambito letterario e prova a restituire centralità all’oggettività. Tuttavia, ogni formula letteraria deve fare i conti con il proprio passato culturale. Questo processo produce metamorfosi, ma non cancellazioni.
La grande stagione freudiana, infatti, resta un substrato ineludibile. Il rimosso continua ad agitarsi nelle nostre coscienze. E la scrittura, ancora oggi, riesce a farlo riemergere, a decifrarlo e a trasformarlo in un viaggio suggestivo che nessuna nuova formula poetica potrà davvero eliminare.
Gabriella Izzi Benedetti
Presidente della Società Vastese di Storia Patria