Parità dei diritti femminili: 80 anni di storia

Parità dei diritti femminili e memoria storica

La parità dei diritti femminili attraversa ottant’anni di storia italiana, ma continua a interrogare il presente. Il voto consentito alle donne, 80 anni fa, ha segnato una demarcazione storica; una tappa basilare di recupero della dignità e inclusione sociale, nel lungo e faticoso cammino femminile verso l’acquisizione dei diritti, negati per secoli, per non dire millenni.

Il passo successivo si è verificato con l’inserimento dei ventuno elementi femminili nella rosa dei costituenti la Carta Costituzionale italiana. Il loro apporto, nell’introdurre norme di sensibilizzazione sociale, attenzione verso temi quali l’istruzione, l’ambiente, la tutela delle minoranze e dei diritti femminili, è stato un salto di qualità, poiché la loro presenza ha mitigato rigidezze riguardo alle tematiche suddette e non solo.

Il voto alle donne e la parità dei diritti femminili

Caldeggiata agli inizi del secolo XX, anche dalla regina Elena di Savoia, la formalizzazione per il voto alle donne, fra contrasti concettuali e situazioni politiche, non produsse risposte concrete. Eppure già dal 1848 la statunitense Elizabeth Cady Stanton assieme a 300 donne aveva formulato una dichiarazione sui diritti all’eguaglianza, avendo il Creatore dotato i due sessi di diritti uguali e irrinunciabili.

Ne era derivato il movimento delle suffragette che coinvolse varie nazioni e, trasversalmente, ogni categoria femminile; oltre al voto si chiedeva di esercitare l’insegnamento nelle scuole superiori, richiesta che andò in porto nel 1874.

Questa forza propositiva proviene in gran parte dall’ottica avanzata illuminista, i cui concetti, pur subendo flessioni nel tempo, hanno reso l’opinione pubblica più sensibile al tema.

Dal passato al presente: il cammino femminile

La storia, però, nonostante oscurantismi, conservatorismi determinati da opportunità di ottiche di potere, cammina, ed è sempre la cultura l’asse portante. Il Rinascimento non ebbe una specifica attenzione alla donna, ma mettendo al centro la dignità dell’uomo inteso come essere umano, incluse anche lei permettendole visibilità su più fronti.

È da qui probabilmente che partono i primi germi di un femminismo ante litteram. In Francia nel ‘600 fiorì l’associazione delle Preziose, donne che arrivarono perfino a rifiutare il matrimonio che impediva loro autonomia e cultura.

In realtà, però, furono l’Illuminismo e la rivoluzione industriale, nel ‘700, a sdoganarle. L’industrializzazione portò grandi masse rurali in città, modificò il modo di vivere e produrre, venendo a incidere sui ruoli tradizionali e familiari; l’Illuminismo ebbe grande attenzione verso i problemi sociali, mostrando che la tanto sbandierata inferiorità femminile non era altro che il risultato dei limiti ad essa imposti.

Parità dei diritti femminili: conquiste e nuove fragilità

Il discorso resta lungo e complesso. Tuttavia, la svolta arriva dopo la fine della seconda guerra mondiale.

Nel 1945, grazie a De Gasperi e Togliatti, Umberto di Savoia approva il voto alle donne. Di seguito, nel ’59, nasce il Corpo di polizia femminile, con compiti dedicati a donne e minori. Nel ’61, invece, lo Stato apre alle donne la carriera diplomatica e l’accesso alla magistratura. Il periodo definito sessantottino è troppo noto per soffermarcisi. Tuttavia, la donna prende coscienza della propria condizione.

Anche gli stereotipi televisivi le mostrano una realtà evidente: i diritti conquistati non l’hanno ancora affrancata davvero. Infatti, la società continua a vederla tra frivolezza e dimensione casalinga, dentro una prigione culturale ancora resistente. Da quella prigione la donna decide di uscire con la rivoluzione, cercando nuovi spazi di libertà e autodeterminazione. Come in tutte le rivoluzioni, ci sono state forzature ed esasperazioni che, col senno di poi, non sempre hanno aiutato.

Tuttavia, molti problemi posti in quegli anni sono stati finalmente dibattuti e, in parte, anche risolti. Nel ’70 lo Stato concede il divorzio. Poi, nel ’75, riforma il diritto di famiglia. La riforma garantisce la parità legale dei beni e introduce la possibilità della comunione dei beni. Nel ’77 lo Stato legalizza l’aborto. In seguito, abolisce una norma profondamente ingiusta. Quella norma comprendeva stupro e incesto tra i delitti contro la morale, non contro la persona.

Un traguardo da non vanificare

Quindi tanto cammino è stato fatto. Oggi la donna può raggiungere posizioni sociali e lavorative alla pari con l’uomo. Tutto bene quindi? In buona parte … ma, essa continua a subire vessazioni, vittima di pregiudizi, violenze.

La depressione, l’ansia, i sintomi psico-somatici sono correlati alla disparità fra le sue possibilità e i ruoli plurimi, di cui la carica la società. La violenza sessuale è all’ordine del giorno, consumata, assieme ad altre violenze, il femminicidio, molto spesso tra le mura domestiche; è statisticamente accertato che l’80% delle violenze proviene dalla cerchia familiare.

Il fatto è che l’emancipazione in ogni senso passa per l’etica la cultura; lo ripeto da sempre, ho cercato di inculcarlo nei miei alunni; sono esse che la mettono in grado di affrontare problemi lavorativi, giuridici, tecnici.

Questi 80 anni di storia sono stati un traguardo, non vanifichiamolo.

Leggi il testo integrale di Gabriella Izzi Benedetti nel PDF

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