Il vecchio che avanza: il Pd di Schlein e la deriva di un’identità illiberale

Questo articolo esprime l’opinione dell’autore e propone una lettura critica del dibattito politico attuale. Un tema centrale oggi è quello del Pd di Schlein identità, fondamentale per comprendere l’evoluzione politica recente.

Il Pd di Schlein e la sua identità politica

​”Mentre il saggio riflette, il folle ha già compiuto la sua opera. Poiché non v’è nulla di più rapido della follia, né nulla di più lento della saggezza quando deve scontrarsi con l’ostinazione.” — Demostene

​”I tempi cambiano, ma la natura umana resta la stessa: chi non impara dalla storia è condannato a ripeterne gli errori sotto nuove vesti.” — Cicerone

Il paradosso del vecchio che avanza non è mai stato così evidente come nella parabola politica che sta caratterizzando il Nazareno sotto la guida di Elly Schlein. Quello che doveva essere il “nuovo corso”, un’ondata di freschezza capace di spazzare via le incrostazioni di un apparato stantio, si sta rivelando, alla prova dei fatti e dei dati, come un ritorno ai vizi più antichi e profondi della sinistra italiana. La segretaria, arrivata al potere con la promessa di una rivoluzione gentile, sembra aver imboccato la strada di un massimalismo identitario che non solo non rinnova, ma anzi riesuma schemi ideologici che si credevano sepolti sotto le macerie del secolo scorso.

​La metamorfosi del Nazareno

​È colpa di Elly Schlein se oggi nel Pd riemerge quella vecchia pelle fatta di settarismo, chiusura e provincialismo? La domanda non è retorica, ma tocca il cuore dell’attuale crisi d’identità del centrosinistra. Lo spostamento a sinistra, imposto con una determinazione che contrasta con la fluidità della sua immagine pubblica — fatta di giacconi e sneakers, sebbene ultimamente si noti un viraggio verso un abbigliamento meno studentesco e più istituzionale — ha agito da catalizzatore per tic e vizi antichi.

​La leader estranea ai vecchi partiti, la “outsider” per eccellenza, avrebbe dovuto portare ossigeno e un linguaggio moderno. Invece, i tratti più retrivi della sinistra, che la lungimiranza dei gruppi dirigenti riformisti aveva faticosamente relegato ai margini per decenni, sono tornati a essere il cuore pulsante dell’orientamento del partito. Quello che emerge è un corpo politico che non guarda al futuro, ma si ripiega su una “nuova-vecchia” linea che serpeggia minacciosa tra la base e i quadri intermedi, ignorando il monito di Cicerone sulla necessità di imparare dal passato per non restarne prigionieri.

Il caso Ucraina nell’identità del Pd di Schlein

​Tutto questo non è solo una sensazione di osservatori critici, ma trova riscontro in una recente e dettagliata ricerca di Izi per il quotidiano Domani. Sebbene Marco Damilano abbia commentato i dati con ottimismo, sottolineando che quasi sei elettori su dieci sono soddisfatti delle battaglie di Schlein, una lettura più attenta rivela crepe profonde e preoccupanti. Quel “sei su dieci” è una sufficienza stentata, che nasconde un malessere strutturale e una polarizzazione interna che rischia di diventare paralizzante.

​Il dato più inquietante riguarda la politica estera e, nello specifico, il conflitto in Ucraina. L’elettorato del Pd appare drammaticamente spaccato:

  • ​Il 41% sostiene la necessità di continuare l’invio di armi e aiuti economici.
  • ​Il 46% invoca un negoziato immediato, chiedendo la sospensione degli aiuti e delle sanzioni alla Russia.

​A quattro anni dall’invasione imperialistica ordinata da Vladimir Putin, è sbalorditivo constatare che la maggioranza relativa degli elettori del principale partito progressista italiano non abbia ancora compreso che la sconfitta politica di Mosca è la condizione sine qua non per la difesa della libertà e della democrazia nell’intero continente europeo. Come direbbe Demostene, l’ostinazione nel non voler vedere la realtà del pericolo alle porte è la via più rapida verso il disastro.

​L’abdicazione del ruolo dirigente

​Qui risiede l’inadeguatezza del gruppo dirigente del Nazareno. Un grande partito non dovrebbe limitarsi a registrare pigramente gli umori della propria base; il suo compito storico è quello di orientarli. La funzione pedagogica della politica, quella che educa i cittadini alla responsabilità storica, sembra essere evaporata. In quel 46% che vorrebbe voltare le spalle a Kiev si mescolano tracce di un antico filosovietismo mai del tutto smaltito e un provincialismo egoistico che ignora come le sorti della democrazia si giochino oggi nel Donbass.

​Invece di contrastare questa deriva culturale con chiarezza, anche a costo dell’impopolarità, Schlein ha preferito assecondare il sentimento prevalente, evitando strappi che avrebbero potuto minare il suo consenso interno. Ma la leadership si misura proprio sulla capacità di dire verità scomode e di guidare il popolo fuori dalle secche del populismo. Non farlo significa abdicare al ruolo di guida per ridursi a quello di semplice portavoce di una base disorientata e spaventata dal cambiamento.

Nell’identità del Pd di Schlein torna lo stalinismo di facciata

​Il sondaggio Izi fa emergere anche un altro tratto allarmante: una sottocultura latamente illiberale. Per il 47% degli intervistati, chi manifesta posizioni diverse sulla politica estera o sul riarmo dovrebbe essere cacciato dal partito. È un dato che evoca i tempi bui di Pietro Secchia negli anni Cinquanta, un’era in cui il dissenso interno veniva trattato come tradimento e la dialettica democratica era considerata un lusso pericoloso.

​L’aria che tira oggi nel Pd segnala una specie di “stalinismo di ritorno”. Lo si è visto chiaramente nei commenti livorosi che hanno seguito le critiche o le uscite di figure riformiste come Marianna Madia. Le reazioni di una parte della base — frasi del tipo “una buona notizia, ora se ne vadano anche gli altri” — mostrano una volontà di purezza ideologica che trasforma il partito in una comunità chiusa, una “eco chamber” dove non si approfondiscono i problemi, ma si ripete a pappagallo la narrazione dei talk show di riferimento. È la negazione stessa del pluralismo che dovrebbe essere il fondamento di un moderno partito laburista europeo.

​Lo zoccolo duro e la coperta di Linus

​Questa mutazione genetica sta trasformando il Pd in un partito-fortezza. È il ritorno allo “zoccolo duro”, l’espressione coniata da Achille Occhetto nel 1983 per indicare quell’elettorato granitico che resiste a tutto, ma che proprio per la sua rigidità non riesce a espandersi né a parlare ai settori produttivi del Paese.

​L’identità massimalista è una piacevole “coperta di Linus” per chi cerca certezze in un mondo complesso, ma è una zavorra per chi ambisce a governare un Paese moderno e articolato come l’Italia. Un partito che si chiude nel suo recinto identitario può forse ambire a restare sopra il 20%, ma difficilmente riuscirà a intercettare quel consenso necessario per superare la soglia del 30% e proporsi come alternativa credibile di governo. La politica, come insegnava Cicerone, richiede la capacità di unire, non solo di compiacere i propri fedelissimi.

Conclusione: il Pd di Schlein verso il rischio di irrilevanza

​Elly Schlein si trova oggi di fronte a un bivio fondamentale per la sua carriera e per il futuro della sinistra italiana. Può continuare a cavalcare l’onda di un radicalismo di facciata che scalda i cuori della vecchia base ma allontana i riformisti, i moderati e i giovani disillusi, oppure può tentare la difficile strada della sintesi e della modernizzazione reale. Al momento, purtroppo, la bilancia sembra pendere pesantemente verso la prima opzione.

​La “nuova” segretaria sta in realtà riportando il Pd a un passato che la storia aveva già giudicato e superato. Se l’obiettivo era il rinnovamento, l’effetto ottenuto è l’esatto opposto: la riesumazione di un massimalismo che parla solo a se stesso e si nutre di risentimento verso il dissenso interno. In un’Europa che affronta sfide esistenziali, dalla sicurezza globale alla transizione ecologica, l’Italia non può permettersi un principale partito d’opposizione prigioniero dei propri fantasmi novecenteschi. Il “vecchio che avanza” non è solo un efficace ossimoro giornalistico, è il segnale di una crisi profonda che rischia di condannare il Partito Democratico a una sterile e rassegnata irrilevanza.

Analisi diCarlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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