Curiosità abruzzesi: il rito del mosto cotto abruzzese che sopravvive

Mosto cotto abruzzese: una tradizione che attraversa il tempo

Il mosto cotto abruzzese è molto più di un prodotto tipico. È un rito antico che, nonostante i cambiamenti della vita moderna, continua a sopravvivere grazie alla forza della comunità.
Nelle zone interne dell’Abruzzo, soprattutto sulle colline tra Chieti e Pescara, la preparazione del mosto cotto accompagna da sempre i momenti più importanti della vita familiare. Quando nasce un bambino, per esempio, una botte viene messa da parte affinché maturi lentamente fino a un futuro giorno speciale.

Questa tradizione ricorda alcuni gesti dell’Emilia legati all’aceto balsamico. Tuttavia, appartiene profondamente al territorio abruzzese, che da secoli custodisce un rapporto intimo con il vino e le sue trasformazioni.

Mosto cotto abruzzese: la ricetta autentica tramandata nel tempo

Ingredienti semplici, tempi lunghi, risultato unico

La ricetta del mosto cotto abruzzese è rimasta invariata nel corso delle generazioni. La materia prima è il Montepulciano d’Abruzzo appena raccolto, lavorato con una procedura rigorosa.

Ingredienti

  • 100 litri di mosto fresco di Montepulciano

Procedimento tradizionale

  1. Cottura lenta: il mosto viene fatto sobbollire per più di sette ore in un grande paiolo. Un tempo era di rame, mentre oggi si usa l’acciaio.
  2. Riduzione: il liquido evapora fino a perdere almeno due terzi del volume iniziale.
  3. Rabboccatura: si aggiunge mosto fresco per tornare alla quantità originale.
  4. Fermentazione naturale: il mosto ridotto viene trasferito in botte, dove fermenta senza aggiunte.
  5. Affinamento: il riposo minimo è di un anno, ma le versioni più pregiate invecchiano molto più a lungo.

Il risultato è un nettare scuro e aromatico, usato sia come bevanda sia per arricchire dolci e ricette della tradizione contadina.

Perché il rito rischiava di scomparire

Per secoli la cottura avveniva nelle case, dentro il caratteristico lu callare. Al suo interno si metteva anche un pezzo di ferro, che fungeva da anodo, e una ciotola rotta in terracotta per controllare l’ebollizione.
Con l’evoluzione delle cucine, però, questo procedimento è diventato difficile da riprodurre. Manca lo spazio, mancano i materiali, e soprattutto manca il tempo. Per questo motivo la tradizione ha rischiato di spegnersi.

La cooperativa che ne garantisce il futuro

Per salvare il rito, diversi piccoli produttori abruzzesi hanno scelto di unirsi. Grazie al sostegno del Gal Majella Verde, è stato creato un centro specializzato dove le uve vengono conferite e trasformate nel rispetto della tecnica originaria.

La Società cooperativa Vino Cotto, attiva da oltre quindici anni, produce quantità limitate ma preziose: circa dieci quintali l’anno, suddivisi in circa 1.500 bottiglie.
I moderni calderoni in acciaio garantiscono sicurezza e controllo della temperatura, mentre la filosofia resta fedele all’antico metodo contadino.

Ad affiancare il lavoro della cooperativa c’è il presidio Slow Food, che tutela la qualità e promuove il valore culturale del mosto cotto abruzzese.

La festa che celebra un’identità

Ogni anno, all’inizio di novembre, diverse comunità abruzzesi celebrano il mosto cotto abruzzese con eventi dedicati, degustazioni e rievocazioni.
Tra i più sentiti c’è la Festa del vino cotto e dei sapori d’autunno, che anima borghi e contrade con musica, folklore e piatti tipici.

Gli stand propongono specialità come:

  • gnocchi al ragù di cinghiale
  • stinco di maiale al vino cotto
  • castagne arrosto
  • dolci della tradizione

Il momento più atteso resta sempre la cottura pubblica del mosto, che permette a tutti di assistere a un gesto antico, rimasto immutato nonostante il passare del tempo.

La Redazione de La Dolce Vita
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