Come Tradizione, Bannon e Dugin trasformano il pensiero spirituale in ideologia politica, piegando il sacro a fini di potere.
Tradizione Bannon e Dugin: il furto del sacro
“La Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco.”
— Gustav Mahler
Non sorprende che la tradizione – parola antica, carica di ambiguità e di fascino – sia oggi al centro di una contesa ideologica che attraversa continenti e visioni del mondo. È diventata il luogo dove si giocano le ultime partite del potere simbolico, dove la modernità viene sfidata non tanto con le armi, quanto con i miti. Da un lato, le destre identitarie e sovraniste che cercano radici nella notte dei tempi; dall’altro, una sinistra smarrita, che fatica a comprendere come la nostalgia del sacro possa trasformarsi in strumento politico. È in questa faglia che si collocano figure come Steve Bannon e Aleksandr Dugin, due ideologi che, pur lontani geograficamente, condividono una stessa ossessione: appropriarsi della Tradizione come chiave per costruire un “nuovo ordine mondiale” anti-liberale, anti-democratico e profondamente autoritario.
Alle origini della Tradizione: da Guénon a Evola fino a Bannon e Dugin
Per capire come siamo arrivati a questo paradosso – che la Tradizione, nata come idea spirituale, venga piegata a fini di potere – bisogna tornare indietro, al primo Novecento. Lì, in un’Europa ferita dalla guerra e disillusa dal progresso, si sviluppa una corrente di pensiero che rifiuta la modernità come decadenza. I suoi padri nobili si chiamano René Guénon, Julius Evola, Mircea Eliade. Tutti, in modi diversi, teorizzano un ritorno a un sapere originario, a una sapienza “primordiale” capace di ridare senso al mondo.
Guénon, con il suo Crisi del mondo moderno (1927), fu il primo a denunciare l’Occidente come civiltà sradicata, prigioniera del materialismo e dell’individualismo. Evola, più radicale e politico, trasformò quella nostalgia metafisica in dottrina aristocratica: un “ordine tradizionale” fondato su gerarchie, disciplina e disprezzo per la democrazia. Eliade, invece, cercò nella storia delle religioni le tracce di un’“età dell’oro” perduta, un tempo mitico in cui il sacro permeava la vita quotidiana.
Tutti e tre – pur con differenze notevoli – finirono per alimentare l’idea che la Tradizione fosse un’eredità esclusiva, da difendere contro la contaminazione del moderno. È da qui che Bannon e Dugin attingono, manipolando quei pensatori fino a renderli irriconoscibili.
L’operazione americana: Bannon e il mito del ritorno
Steve Bannon, ex stratega di Donald Trump e fondatore del movimento “The Movement”, non ha mai nascosto la sua ammirazione per Guénon ed Evola. Nelle sue interviste cita La dottrina del risveglio e parla della politica come di una “crociata spirituale contro il nichilismo liberale”. La sua visione del mondo è apocalittica: il capitalismo globale è una forma di schiavitù, la modernità un abisso morale, l’America deve rigenerarsi attraverso una battaglia “sacra” per la civiltà occidentale.
Bannon legge Evola come un guerriero dello spirito, ma lo piega in chiave populista. Dove Evola sognava un’élite aristocratica, Bannon parla di “popolo patriota”. Dove Guénon diffidava dell’azione politica, Bannon la trasforma in guerra culturale. Il risultato è una ibridazione: un tradizionalismo senza trascendenza, un misticismo secolarizzato al servizio del potere.
La Tradizione, in questo schema, diventa un’arma retorica. È il simbolo di un passato mitico in cui l’Occidente era forte, puro, maschile, bianco. Ma è una tradizione immaginaria, costruita a misura delle paure contemporanee: l’immigrazione, la globalizzazione, il femminismo, la tecnologia. Bannon la usa come scudo contro il caos della modernità, e come bussola per orientare le masse verso un nuovo autoritarismo spirituale.
L’operazione russa: Dugin e la geopolitica del sacro
Aleksandr Dugin, il “Rasputin di Putin”, è il volto russo della stessa strategia. Filosofo autodidatta, ex esoterista, traduttore di Guénon ed Evola, Dugin ha costruito una dottrina geopolitica che mescola ortodossia religiosa, nazionalismo imperiale e mistica eurasiatica. Nel suo Quarta teoria politica, egli propone di superare liberalismo, comunismo e fascismo per fondare una nuova ideologia radicata nella Tradizione.
Per Dugin, la Russia è il cuore di un ordine spirituale alternativo all’Occidente: un impero sacro chiamato a salvare il mondo dalla decadenza occidentale. Il suo pensiero giustifica l’espansionismo putiniano come missione “metafisica”, una crociata contro il nichilismo moderno.
Se Bannon sogna una rinascita spirituale dell’America cristiana, Dugin immagina una rinascita mistico-imperiale della Santa Russia. Entrambi si considerano paladini di una Tradizione universale, ma in realtà ne hanno rubato il senso: l’hanno trasformata in ideologia del dominio, in mitologia del potere.
Dalla Tradizione alla propaganda
Il furto è compiuto. Ciò che in Guénon o in Eliade era ricerca del sacro, diventa nei loro epigoni propaganda politica. La Tradizione, nata come visione dell’unità del mondo, si riduce a strumento di esclusione: “noi contro loro”, “spirituali contro materialisti”, “occidentali contro globalisti”.
In questa manipolazione si consuma una tragedia intellettuale. Perché la Tradizione autentica – quella che parla di equilibrio, di armonia, di misura – viene sostituita da una caricatura aggressiva. È la “Tradizione rubata”, fatta di simboli decontestualizzati, di rituali esibiti, di un linguaggio pseudo-sacrale che nasconde rancore e paura.
La dea Kali, nella sua iconografia, incarna la distruzione che prepara la rinascita. Ma quando viene evocata dai nuovi ideologi dell’Apocalisse, perde il suo significato cosmico e diventa semplice metafora di guerra. La spiritualità è ridotta a scenografia; il mito, a strumento di consenso.
La fascinazione dell’occulto
Perché questo linguaggio seduce ancora? Forse perché la modernità, nel suo sforzo di razionalizzare tutto, ha lasciato scoperto un vuoto: il bisogno di senso, di mistero, di appartenenza. Bannon e Dugin si inseriscono in questo vuoto come sacerdoti di una religione secolare. Offrono risposte semplici a domande complesse, redenzione identitaria a chi teme di essere dimenticato.
Là dove la politica ha perso la sua capacità simbolica, essi la restituiscono in forma mitologica. Parlano di catastrofi imminenti, di guerre spirituali, di rinascite cosmiche. È un linguaggio che non appartiene più alla filosofia, ma alla liturgia del potere.
Il pericolo del ritorno
Non si tratta solo di un gioco intellettuale. La “Tradizione rubata” ha effetti concreti. Alimenta un immaginario reazionario che legittima la violenza come purificazione, la disuguaglianza come ordine naturale, l’autorità come destino. È la politica del mito, dove la verità non conta, conta la potenza del simbolo.
Così, nelle guerre contemporanee – culturali o reali – si combatte anche per il monopolio del sacro. La Russia ortodossa di Dugin e la destra cristiano-populista di Bannon condividono la stessa convinzione: che il mondo moderno debba essere distrutto per essere salvato. Ma ciò che chiamano “salvezza” è solo regressione.
Oltre Bannon e Dugin: restituire senso e luce alla vera Tradizione
C’è un’altra via, tuttavia, per pensare la Tradizione. Non come rifugio, ma come memoria viva; non come arma, ma come linguaggio di connessione tra epoche e culture. Guénon e Eliade, pur nei loro limiti, cercavano un ordine spirituale universale, non un nazionalismo mascherato da metafisica.
La vera Tradizione non si oppone alla modernità: la interroga, la completa, le restituisce profondità. Non appartiene a una parte politica, ma all’esperienza umana di ogni tempo. È la fiamma che attraversa le civiltà, non la cenere da esibire nei cortei.
Occorre dunque restituirle il suo significato originario: trasmettere – dal latino tradere – non significa conservare, ma consegnare, passare di mano in mano un sapere che si rinnova.
Solo così potremo liberarci dai falsi profeti del passato e restituire al presente ciò che gli spetta: una Tradizione che illumina, non che acceca.