La politica al bivio: quando il garantismo diventa un atto di coraggio

“La libertà comincia dove finisce l’ignoranza.” – Victor Hugo

Politica e Giustizia un dramma permanente

In un’Italia dove l’intreccio tra politica e giustizia ha spesso preso i contorni di un dramma permanente, in cui le carriere si infrangono al primo avviso di garanzia. La credibilità viene corrosa non dai fatti ma dalle indagini. Ora, qualcosa di inatteso sta accadendo. Piccoli segnali, certo. Ma significativi. Tre casi recenti – Milano, le Marche, la Calabria – offrono un ritratto inedito di una politica che prova a non piegarsi più alla “dittatura della questione morale”. La Politica, con tutti i suoi limiti, tenta di difendere se stessa e il principio fondamentale della democrazia liberale: la presunzione d’innocenza.

Non è solo cronaca, è un cambio di postura culturale. È una reazione, ancora timida, a trent’anni di politica giudiziaria e giustizialismo mediatico, di piazze indignate e talk-show tribunali. È la riaffermazione di un principio che la Costituzione italiana pone nero su bianco, ma che la politica – spesso, per convenienza – ha ignorato: “Ogni imputato è considerato non colpevole fino alla condanna definitiva” (Art. 27).

Milano: il Pd rompe (timidamente) il riflesso giustizialista

Il primo banco di prova è Milano, città simbolo del riformismo e del pragmatismo. Ma anche bersaglio di una nuova inchiesta giudiziaria che ha colpito il sindaco Beppe Sala e la sua giunta. Nonostante le pressioni provenienti dal Movimento 5 Stelle, che come da copione ha invocato le dimissioni immediate, il Partito Democratico ha deciso di restare al fianco del sindaco. Una scelta che spiazza, considerando i difficili rapporti tra la segretaria Schlein e il “modello Milano”, considerato troppo vicino agli interessi economici e poco sensibile alle nuove istanze della sinistra radicale.

Eppure, in modo forse opportunistico ma non meno significativo, Schlein ha deciso di non assecondare la deriva giustizialista. Ha difeso Sala, pur prendendo le distanze dalla sua linea amministrativa. Ha fatto quello che la politica dovrebbe fare sempre. Soppesare i fatti, assumersi la responsabilità di una posizione, non abdicare al giudizio automatico della piazza o della procura.

Le Marche: Ricci sotto inchiesta, ma il centrosinistra non si sfila

Caso simile quello delle Marche, dove l’ex sindaco di Pesaro, Matteo Ricci, figura nota per il suo approccio riformista e dialogante, ha ricevuto un avviso di garanzia. Anche qui la tentazione di scaricarlo era forte. Troppo facile, troppo comodo: una corsa elettorale può finire ancor prima di cominciare se l’alleanza larga – Pd e M5s in testa – si spacca sulla moralità percepita.

Caso per Caso: Politica e Giustizia

Invece il centrosinistra ha fatto quadrato, e perfino Giuseppe Conte, pur tra mille esitazioni e retoriche “caso per caso”, ha deciso di sostenere la candidatura di Ricci. Certo, l’ex premier ha dato spettacolo leggendo un comunicato con il piglio di chi preferirebbe essere altrove. Ma alla fine il messaggio è passato: non basta un’indagine per rovinare una carriera politica.

È un passaggio cruciale, perché rompe la narrazione tossica secondo cui ogni politico indagato debba essere trattato come colpevole. E segna un precedente. Il garantismo non è più solo una bandiera del centrodestra o un argomento da intellettuali liberali, ma può diventare – seppure con mille riserve – una posizione politica trasversale.

Calabria: Occhiuto anticipa il voto per governare con dignità

Il terzo episodio riguarda Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria. Indagato per un’inchiesta relativa a un periodo precedente al suo mandato. Invece di rimanere ostaggio dell’incertezza, Occhiuto ha scelto la via più netta e rischiosa. Ha anticipato le elezioni di un anno, per non lasciare la macchina amministrativa impantanata e per restituire la parola ai cittadini.

È una mossa che ha il sapore dell’azzardo politico ma anche della responsabilità. Occhiuto non si è fatto schiacciare dallo stigma dell’indagato, non ha cercato scorciatoie o giustificazioni. Ha fatto ciò che un politico dovrebbe fare quando si trova nel mirino della magistratura: dare risposte con gli strumenti della democrazia, non con la fuga o la vittimizzazione.

Un garantismo imperfetto, ma necessario

Si potrebbe obiettare – e a ragione – che questo garantismo è imperfetto, selettivo, spesso incoerente. Lo stesso Pd che oggi difende Ricci ha chiesto le dimissioni di altri, in passato, con tempismo da crocifissione pubblica. Che il M5s continua a distinguere tra amici e nemici. Mentre il centrodestra, da parte sua, ha alternato posizioni garantiste a difese d’ufficio imbarazzanti.

Ma è proprio per questo che i casi di Milano, Marche e Calabria sono degni di nota: perché sfidano il riflesso condizionato, l’inerzia culturale, la paura della polemica televisiva. Perché mostrano, pur nei loro limiti, che la politica può ancora decidere di essere adulta. Di non lasciarsi dettare l’agenda dalla magistratura, di non svuotarsi a ogni scossa giudiziaria.

Il vero nemico della democrazia non è la magistratura. È l’idea che un’indagine sia già una sentenza. È la politica che si inginocchia per paura del linciaggio mediatico. Mentre il cittadino che, disilluso da tutto, smette di credere nel diritto alla difesa, nel tempo del processo, nell’autorità della legge.

Politica e Giustizia: Un primo passo verso la normalità

In un Paese che spesso scambia la semplificazione per giustizia e la giustizia per vendetta, difendere oggi il garantismo è un atto controcorrente. Non per salvare i corrotti. Ma per salvare la civiltà giuridica, il pluralismo, la fiducia nei meccanismi della democrazia.

E allora sì, ha ragione chi dice che questa dovrebbe essere la normalità. Ma in un’Italia dove la Costituzione viene citata con fervore solo quando fa comodo. Vedere la politica che – anche solo per un momento – si riappropria del proprio spazio senza aspettare l’assoluzione preventiva dei pm è un fatto straordinario. Piccolo, imperfetto, ma straordinario.

Finché dura, questa ribellione silenziosa contro il populismo giudiziario è un segnale di maturità. Forse il primo passo di un lungo cammino. O forse solo un’illusione di mezza estate. Ma vale comunque la pena registrarlo, raccontarlo, sostenerlo. Perché, in fondo, non può esserci vera democrazia senza il coraggio del garantismo.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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