Difesa di una stronza: cronaca di un linciaggio mediatico

“Il peggior nemico della verità non è la menzogna, ma il mito.” – John F. Kennedy

Il bersaglio: Mariarosa Mancuso

Scrivo queste righe perché qualcuno deve raccontare ciò che è accaduto, non io per me stesso, ma per Mariarosa Mancuso. Quella giornalista che è diventata “stronza” agli occhi del mondo per aver fatto il suo lavoro: raccontare un film. Sì, un film. Non un crimine, non un tradimento morale, non un atto di complicità con il dolore del mondo, ma semplicemente un articolo critico su The Voice of Hind Rajab, accolto con 23 minuti di applausi alla Mostra di Venezia.

L’arena digitale come tribunale

E in quel momento, l’arena digitale si trasforma in un tribunale senza legge. Mariarosa diventa l’imputata perfetta: donna, giornalista, libera di pensare. E io, Carlo Di Stanislao, sono qui a darle voce, a narrare quello che ha subito, a documentare la furia cieca di chi giudica senza leggere, di chi condanna senza comprendere, di chi insulta senza conoscere.

Gli insulti come macigni per Mariarosa Mancuso

Leggo insieme a lei i commenti: “Disumano, feroce, rumenta più totale, liquame puro”. Lo scrivono estranei, conoscenti, ex colleghi che non hanno mai avuto il coraggio di affrontarla guardandola negli occhi. Ogni insulto pesa come un macigno, ogni parola diventa una lama. E io la ascolto, la sento tremare, ma la sento anche resistere. Perché resistere significa continuare a scrivere, continuare a raccontare, continuare a fare il proprio lavoro, nonostante tutto.

I giudici morali con account verificati

E poi ci sono i giudici morali, quelli con un account verificato, quelli che parlano senza nominarla, come se l’invisibilità amplificasse il loro diritto di condanna. Riccardo Noury assegna premi invisibili di cinismo, Alessandro Robecchi sostiene che il pezzo va “al di là dell’umano”, Andrea Scanzi vomita parole come veleno: “Siamo oltre il vomito, lo schifo, la rumenta più totale”. Non c’è confronto, non c’è dibattito, solo condanna. Mariarosa Mancuso diventa simbolo di qualcosa di oscuro, pericoloso, inaccettabile. E io sono qui per chiarire: il crimine non è l’articolo, il crimine è l’incapacità di distinguere tra cronaca e moralismo digitale.

Essere donna come aggravante per Mariarosa Mancuso

E non è finita. Essere donna, in questo caso, diventa un’aggravante. Il femminismo non ha scampo davanti al giudizio collettivo: scrivere da donna significa assumersi un rischio doppio. La sua voce viene attaccata, la sua figura esposta, la sua professionalità messa in discussione non per ciò che ha scritto, ma per chi è. Io la guardo, la ascolto, e capisco che dare voce a Mariarosa significa denunciare anche questa dimensione del linciaggio mediatico.

Non una questione politica

Voglio chiarire una cosa: non sono dalla sua parte politica. Non condivido tutto ciò che pensa, né il suo approccio al mondo sociale o culturale. Ma questo non ha alcuna rilevanza qui. La questione non è politica, non è ideologica. La questione è di libertà, di giustizia, di umanità. Mariarosa sta subendo un linciaggio mediatico per aver fatto il suo lavoro: raccontare, criticare, osservare. E io sono con lei, perché non voglio essere di parte, non voglio piegarmi alla logica del branco, non voglio lasciare sola chi è sotto attacco. La libertà di parola non conosce schieramenti.

I 23 minuti di applausi

Raccontiamo insieme gli applausi di Sala Grande: 23 minuti di fragore. Tre minuti più lunghi di un episodio di South Park. Il pubblico applaude, ma applaude forse per educazione, forse per protocollo, forse per paura di apparire sgarbato davanti al regista. Eppure, in quell’applauso c’è un sentimento genuino: la meraviglia, la commozione, la partecipazione. E Mariarosa, che osserva con occhio critico, scrive ciò che vede. Non tradisce la bambina morta, non sminuisce il dolore. Racconta il cinema.

La logica estrema del web

La shitstorm, però, non distingue. Non distingue tra chi vuole raccontare la verità e chi vuole spettacolo. Ogni parola diventa un pretesto per l’attacco. Ogni virgola, una condanna. Mariarosa diventa “liquame puro”, “rumenta più totale”. Ma io la difendo, perché le sue parole meritano rispetto, perché la sua analisi è sincera, perché la violenza digitale non può diventare legge.

Confondere cronaca e colpa

Ci sono momenti in cui la rabbia si trasforma in ironia nera. Leggo un commento: “Mariarosa Mancuso complice di genocidio per aver raccontato un film”. Sorrido, ma amaramente. È la logica estrema del web: confondere cronaca e colpa morale, critica e tradimento. Io racconto, Mariarosa racconta, e insieme smontiamo questa assurdità.

Il silenzio colpevole degli ex colleghi

E poi ci sono gli ex colleghi, quelli che dovrebbero sapere come funziona il giornalismo, quelli che parlano di “articolo disumano, volgare, crudele” senza nemmeno nominare Mariarosa. Come se il silenzio rendesse il linciaggio più giustificabile. Il punto non è il contenuto dell’articolo, il punto è la furia cieca che si scatena contro chi ha il coraggio di osservare e di scrivere.

Il fascino terribile dei social

Il fascino terribile dei social è proprio questo: alimentare il linciaggio con ogni like, ogni condivisione, ogni commento. Io registro, Mariarosa subisce, e insieme mostriamo la follia di un mondo che confonde indignazione con giustizia, spettacolo con verità.

Raccontare significa resistere

Mariarosa racconta la regista con la foto della bambina morta, il responsabile della Mezzaluna Rossa che cerca un percorso sicuro per l’ambulanza, il pubblico che applaude senza comprendere la portata del dolore. Racconta il film, e io amplifico la sua voce. Ogni parola diventa un mattone, ogni frase un baluardo contro l’annientamento.

L’assurdità degli insulti

E poi ci sono gli insulti più surreali: “Se questa è una donna…”, “Mariarosa Mancuso sarebbe l’intero universo dell’infamia”. Io li leggo, li filtro, li racconto. Non per giustificare, non per scusare, ma per mostrare l’assurdità di una società che confonde il racconto con la colpa, la critica con la violenza.

La scrittura come sopravvivenza per me e Mariarosa Mancuso

Scrivere diventa resistenza. Ogni frase è un atto di sopravvivenza, ogni parola un’arma contro l’odio digitale. Mariarosa scrive, io scrivo per lei, io scrivo per testimoniare. Perché se smettiamo di parlare, se smettiamo di raccontare, il branco vince. La libertà di parola crolla. L’indignazione collettiva diventa legge.

Hind Rajab, il dolore e la verità

E non dimentichiamo la bambina. Hind Rajab. La sua immagine, la sua storia, il suo dolore. Non ha bisogno di difensori. Ma Mariarosa sì. Io lo sono, con la mia voce, con la mia esperienza, con la mia convinzione che difendere chi racconta non ha colore politico. La libertà di parola è più grande della politica. Più grande della parte a cui apparteniamo.

Il male digitale che si ripete

E mentre scrivo, penso alle altre shitstorm, alle altre giornaliste, agli altri giornalisti attaccati senza motivo. La storia si ripete, la banalità del male digitale si manifesta ogni giorno. Ma ci sono anche le resistenze, ci sono le voci che non si piegano, ci sono le parole che restano. Mariarosa resta, io resto, e insieme resistiamo.

La voce che resta è quella di Mariarosa Mancuso

Alla fine, ciò che resta non sono gli insulti, non sono le condanne, non è la rabbia performativa. Ciò che resta è la capacità di parlare, di raccontare, di mantenere la propria voce. La voce di Mariarosa, amplificata dalla mia, contro la banalità del male digitale, contro la caccia alle streghe dei nostri tempi.

Mariarosa Mancuso: Essere stronza come resistenza

E se diventare stronza significa resistere, allora sì: stronza sarai, Mariarosa Mancuso. E io sarò con te, testimone, amplificatore e difensore della tua verità, senza essere di parte, senza dover piegare la mia voce a nessun credo politico. Perché la libertà di parola, quella vera, non conosce schieramenti.

 di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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