La legittimità dell’intolleranza

«La tolleranza è la conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti fragili e fallibili: perdoniamoci reciprocamente le nostre follie.» — Voltaire

La Legittimità

Legittimità. È una parola pesante, che rimanda al diritto e al dovere, al confine tra ciò che è permesso e ciò che non lo è. Quando diventa aggettivo dell’intolleranza, si trasforma in paradosso: davvero possiamo considerare legittimo non tollerare?

La domanda attraversa la storia della filosofia e della politica, fino a giungere a noi, in un tempo in cui i social network hanno moltiplicato a dismisura le possibilità di scontro e polarizzazione. Ma la radice del problema non è nuova: i Greci e i Latini ci avevano già insegnato che il dialogo e il rispetto sono fondamenti della convivenza. Per i Greci, la paideia non era solo educazione, ma formazione dell’uomo libero, capace di ascoltare e confrontarsi nell’agorà. Per i Latini, concetti come clementia e humanitas erano virtù civili: l’uomo grande non era chi annientava il nemico, ma chi sapeva risparmiarlo.

Camus e Sartre: due sguardi opposti

Emmanuel Carrère ricorda come la madre, la storica Hélène Carrère d’Encausse, amasse distinguere tra Albert Camus e Jean-Paul Sartre: il primo più indulgente, perché guardava l’uomo; il secondo più severo, perché guardava le idee. Quando Sartre arrivò a definire “ogni anticomunista un cane”, divenne simbolo di una generazione segnata dall’intolleranza ideologica.

Camus, al contrario, incarnava un’altra via: le persone prima delle idee. Una scelta scomoda, perché non dava mai la soddisfazione di una condanna assoluta. Ma proprio lì stava la sua forza: non nell’assolutismo morale, bensì nella capacità di ascoltare. E in un’epoca di guerre fredde e scontri ideologici, quell’attitudine appariva quasi rivoluzionaria.

Il paradosso di Popper e i suoi abusi

Il dibattito si arricchì nel Novecento con il celebre paradosso della tolleranza formulato da Karl Popper: una società libera, per non essere distrutta dagli intolleranti, deve rifiutare la tolleranza illimitata. Era un monito a non essere ingenui, a non confondere la tolleranza con l’accettazione passiva di chi vuole annientarla.

Ma, come accade spesso, il concetto è stato semplificato e distorto. Oggi molti invocano Popper per giustificare la propria intolleranza, senza comprenderne la sottigliezza: difendere la libertà non significa trasformare ogni dissenso in un nemico da eliminare. Così il paradosso, da strumento critico, è diventato alibi per chiunque voglia brandire il diritto a “non tollerare”.

Tolleranza e intolleranza nei miti culturali

Non solo filosofi. Anche la cultura europea ha raccontato nei secoli la tensione tra tolleranza e intolleranza. Basti pensare a Il cavaliere errante di Werner Herzog, dove il protagonista vive in un medioevo visionario e decadente: la sua tolleranza nasce dal riconoscimento della fragilità umana, dall’erranza che è ricerca, non conquista. In lui si riflette l’idea che la tolleranza non sia un atto di forza, ma di comprensione: non è il guerriero invincibile, ma l’uomo vulnerabile che sa accettare il diverso e l’ignoto.

Al contrario, nel cinema contemporaneo emerge spesso l’intolleranza come cifra di un mondo spezzato. Pensiamo al Cavaliere Oscuro di Christopher Nolan: Batman, pur mosso dal desiderio di giustizia, si trova risucchiato in una spirale in cui ogni certezza morale vacilla. La sua è un’intelligenza ferita, che spesso sfocia in intolleranza verso il male, ma che rischia di contaminarsi con ciò che combatte. Nolan mostra come l’intolleranza, anche se nata con le migliori intenzioni, possa trasformarsi in ossessione e autodistruzione.

Questi due esempi – l’erranza tollerante di Herzog e la rigidità intollerante di Nolan – mettono in scena lo stesso conflitto che attraversa le nostre società: come difendere valori e libertà senza diventare a nostra volta intolleranti?

Perché è importante oggi

Tutto ciò non appartiene solo al passato o al grande schermo. La questione è bruciante nel presente. I social network hanno amplificato a dismisura le dinamiche dell’intolleranza.

I leoni da tastiera agiscono protetti dall’anonimato: colpiscono con insulti e odio, convinti che la distanza digitale li assolva da ogni responsabilità. Ma non sono solo loro. Molti influencer hanno capito che la rabbia paga, che la polarizzazione porta visibilità e quindi guadagni. La strategia è semplice: esagerare, esasperare, dividere. In questo clima, l’intolleranza diventa spettacolo, e lo spettacolo diventa modello.

Le conseguenze più tragiche si vedono nel cyberbullismo, che colpisce i più giovani ma non solo. Qui la legittimità dell’intolleranza si trasforma in dolore reale: parole violente che si imprimono nella vita delle persone, ferite invisibili che possono lasciare cicatrici per sempre. È la prova che la tolleranza non è un lusso teorico, ma un fondamento di convivenza senza il quale nessuna società digitale potrà reggere.

La legittimità dell’intolleranza

Forse, allora, la vera sfida contemporanea è proprio questa: riportare la tolleranza al centro di una società che sembra averne smarrito il senso. I Greci ci insegnavano che il dialogo nell’agorà era l’essenza della democrazia; i Latini che la vera grandezza stava nella clementia e nell’humanitas. Voltaire ci ricordava che tollerare non significa approvare, ma rispettare; Camus che dietro ogni idea c’è un uomo, e che l’uomo viene prima delle ideologie; persino il “paradosso” di Popper, spesso abusato, andrebbe riletto con intelligenza, non come licenza a colpire, ma come monito a difendere la libertà senza cadere nella trappola della sopraffazione.

Oggi, in un mondo dove i leoni da tastiera trasformano le parole in armi, dove gli influencer spesso alimentano l’odio per guadagnare visibilità, e dove il cyberbullismo mostra le conseguenze più brutali dell’intolleranza, quelle voci del passato ci chiedono di non dimenticare la responsabilità che abbiamo ogni volta che parliamo, scriviamo o postiamo.

La legittimità dell’intolleranza, che ieri poteva sembrare un dibattito tra filosofi, è oggi la trappola quotidiana in cui rischiamo di cadere tutti, dietro lo schermo del nostro smartphone. Per questo, se vogliamo restare davvero liberi, dobbiamo imparare di nuovo a scegliere la via più difficile. Quella della tolleranza, che non è debolezza, ma forza morale. 

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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