Tra colpa e innocenza: il giudizio sui santi, gli uomini e gli dèi

“Ogni uomo è colpevole di tutto il bene che non ha fatto.” — Voltaire

I Santi: figure sospese tra il cielo e la terra

Giudicare i santi è forse l’impresa più ardua che l’uomo moderno possa tentare. Perché i santi, i grandi leader spirituali e morali, sono figure sospese tra la terra e il cielo, tra l’imperfetto e l’assoluto. Sono uomini e donne che, in nome di un ideale, hanno trascorso la loro vita cercando di elevare il quotidiano a gesto sacro. Proprio per questo sono inevitabilmente attraversati dalle contraddizioni che appartengono alla natura stessa dell’umano. Come scriveva George Orwell,

“i santi dovrebbero essere giudicati colpevoli fino a prova contraria”

non per demolirne la memoria, ma per restituire loro la profondità di carne, di spirito e di coscienza che spesso l’agiografia cancella.

Ogni forma di santità, soprattutto quando diventa pubblica, si intreccia con il potere, con la politica, con la visibilità. Nietzsche ammoniva che la santità non è mai pura rinuncia, ma può trasformarsi in un raffinato gioco della volontà di potenza. Un modo per dominare gli altri attraverso la forza del sacrificio. Kierkegaard, al contrario, vedeva nei santi i “cavalieri della fede”. Coloro che hanno il coraggio di credere nonostante l’assurdità del mondo. Hannah Arendt, con sguardo politico, ricordava che chi agisce nello spazio pubblico non può mai restare incontaminato. Ogni azione trascina con sé compromessi, responsabilità, persino colpe.

Gandhi e Madre Teresa: santi del Novecento

Queste tensioni emergono in modo esemplare nelle vite di Mohandas Karamchand Gandhi e di Madre Teresa di Calcutta. Apparentemente opposti, i due condividono lo stesso destino: diventare simboli universali della santità moderna. Figure capaci di parlare tanto ai credenti quanto ai laici. Icone mediatizzate e, per questo, inevitabilmente discusse.

Mohandas Karamchand Gandhi

Gandhi trasformò il proprio corpo in un campo di battaglia politica. Digiunava, si spogliava di ogni ornamento, camminava scalzo, tessendo il suo khadi come gesto di resistenza contro l’impero britannico. La sua forza era la debolezza: un corpo minuto e fragile che si contrapponeva alla potenza dell’esercito coloniale. Dietro questa immagine di “umile vecchio” c’era però la consapevolezza di costruire un simbolo. Come mostra il film “Gandhi” (1982) di Richard Attenborough, il Mahatma sapeva che la forza della sua azione risiedeva nella capacità di scuotere l’immaginazione collettiva. La sua non violenza non era semplice rinuncia, ma una forma radicale di potere spirituale e politico.

Madre Teresa di Calcutta

Madre Teresa di Calcutta, a sua volta, comprese che nel mondo contemporaneo la santità non poteva più limitarsi alla clausura o alla predicazione. La sua missione fu incarnata in una scelta concreta: vivere tra i più poveri dei poveri, offrendo non soluzioni sistemiche, ma carezze, cure, vicinanza. La sua figura, raccontata dal film “Madre Teresa” (2003), divenne un’icona globale della compassione. Ma dietro l’aura luminosa c’era anche una donna attraversata da dubbi profondi. Nei suoi diari, pubblicati postumi, emerge una lunga “notte della fede”, in cui scriveva di non sentire più la presenza di Dio. Anche lei, come Gandhi, trasformò la propria debolezza in forza. Senza che questo le garantisse un’esistenza facile o priva di tensioni.

Le contraddizioni

Entrambi furono criticati. Gandhi fu accusato di ingenuità politica, di ambiguità nei rapporti con le donne, di avere ceduto al culto della propria immagine. Madre Teresa fu attaccata da intellettuali come Christopher Hitchens, che la descrissero come fanatica, accusandola di mantenere i poveri nella sofferenza anziché combatterne le cause strutturali. Eppure, proprio queste contraddizioni rendono le loro vite interessanti, vive, capaci di interrogare ancora oggi la coscienza collettiva.

Zeus e il mito della misura

Se Gandhi e Madre Teresa incarnano la santità moderna, Zeus rappresenta l’ideale archetipico della misura e del giudizio divino nella tradizione antica. Zeus non è solo il dio supremo, ma anche il custode dei limiti. Punisce chi eccede, chi compie atti di hybris, chi tenta di sottrarsi alle leggi universali. La filosofia greca, da Eraclito a Platone, insiste sul fatto che la sofferenza è condizione necessaria per la conoscenza: “pathei mathos”, imparare attraverso il dolore. Il mito di Zeus ci ricorda che l’ordine non è naturale, ma imposto dalla misura e dalla responsabilità.

Le vite dei Santi moderni tra cielo e terra

In questo senso, le vite dei santi moderni possono essere lette alla luce di Zeus. Gandhi e Madre Teresa, pur operando nella libertà, si pongono sotto l’occhio vigile della misura morale. Ogni gesto, ogni rinuncia, ogni atto di compassione è misurato, giudicato – dagli altri, dai media, dalla storia stessa. La santità, anche la più pura, non è mai fuori dal mondo, e nemmeno al di sopra del giudizio.

Padre Pio: la sofferenza incarnata

Padre Pio, con la sua vita e le sue stigmate, offre un esempio ulteriore della complessità della santità. Frate e sacerdote, vissuto tra il XX secolo e le sfide della Chiesa moderna. Padre Pio visse un’intensa esperienza spirituale che lo portò a confrontarsi con il dolore fisico e morale. Con il dubbio umano e con le critiche della società. La sua capacità di accogliere le sofferenze degli altri, di ascoltare le confessioni, di essere vicino ai bisognosi, lo rese un punto di riferimento spirituale per milioni di persone, pur essendo anche oggetto di scetticismo. La sua santità, come quella di Gandhi e Madre Teresa, non era fatta di perfezione assente di contraddizioni, ma di una coerenza morale che trasformava la sofferenza in insegnamento e redenzione.

Il cinema come specchio del sacro dei Santi tra cielo e terra

Il cinema ha colto queste ambiguità meglio di qualsiasi altra narrazione. Non solo con Gandhi e Madre Teresa, ma anche con opere che raccontano la lotta interiore della fede. In “Silence” (2016), Martin Scorsese porta sullo schermo il dramma dei missionari cristiani in Giappone: credere o apostatare? Salvare la propria vita o quella degli altri? La santità qui non è trionfo, ma dubbio, compromesso, persino tradimento.

In “Il settimo sigillo” (1957) di Ingmar Bergman, un cavaliere gioca a scacchi con la Morte. Simbolo dell’uomo moderno che cerca senso in un mondo silenzioso, dove Dio sembra assente. Anche la saggezza di Zeus, che impone limiti e misura, trova un riflesso nella drammaticità della scena: l’uomo deve agire e misurarsi con ciò che non comprende.

Mentre in “Invictus” (2009), Clint Eastwood racconta Nelson Mandela che usa il rugby come strumento di riconciliazione nazionale, incarnando l’eredità gandhiana. La politica come teatro morale, dove i gesti contano più delle armi.

In “Il pianeta delle scimmie” (1968) e i suoi remake, si esplora l’inversione della gerarchia tra uomo e animale. Ciò che distingue l’uomo dall’animale – coscienza, responsabilità morale, capacità di giudizio – diventa l’elemento centrale di riflessione. Il film mette in discussione la presunta superiorità dell’uomo e invita a interrogarsi sulla misura della nostra etica. Sulla capacità di comprendere il dolore e agire con compassione.

Infine ne “La Grande Bellezza” (2013), la figura della Santona rappresenta un’altra forma di santità contemporanea: teatrale, mediatizzata, quasi parodica, ma profondamente umana. La Santona incarna la ricerca di senso, la tensione tra vanità e spiritualità, tra finzione e verità. In questo senso, dialoga con i santi moderni. La santità può apparire lontana, spettacolare, ma resta un invito a riflettere sulla nostra condizione. Sui nostri valori. Sulla misura delle nostre azioni.

Uomo e animale: il confine incerto

La linea che separa l’uomo dall’animale è fragile e sfumata. Gli animali agiscono secondo istinto; l’uomo possiede coscienza, capacità di riflessione, sensibilità morale e responsabilità. Kant e Cartesio negarono spesso agli animali la capacità di ragionamento. Mentre Montaigne e Schopenhauer osservavano negli animali sensibilità e intelligenza, seppur diversa dalla nostra. La differenza fondamentale è che l’uomo può osservare se stesso, trasformare il dolore in conoscenza, scegliere la compassione anche quando sarebbe più facile cedere all’egoismo. Gandhi, Madre Teresa e Padre Pio incarnano questa possibilità: non solo creature che soffrono, ma esseri capaci di trasformare la sofferenza in azione etica e universale.

La santità come cammino tra colpa e misura.

Alla fine, giudicare i santi significa comprendere che la linea tra colpa e innocenza non è mai netta. Ogni figura che aspira alla purezza porta con sé un’ombra. Ogni gesto di compassione si intreccia con il desiderio di riconoscimento. Ciascuna azione morale si confronta con la fragilità umana. Eppure, proprio in questa fragilità risiede la grandezza: la capacità di agire, di soffrire, di trasformare il dolore in insegnamento, di incarnare i valori etici che spesso restano solo concetti astratti.

I Santi: tra cielo e terra

Gandhi, Madre Teresa e Padre Pio ci mostrano che la santità non è assenza di colpa, ma coerenza con i principi scelti, coraggio nel dubbio e responsabilità nell’azione. Zeus ci ricorda che ogni grandezza si misura, e che la sofferenza e il limite sono parte del cammino verso la conoscenza. Il Pianeta delle Scimmie ci mette davanti all’alterità e alla riflessione morale universale, mentre la Santona de La Grande Bellezza ci invita a osservare come la spiritualità e la ricerca di senso si manifestano nella società contemporanea, tra teatralità, vanità e sincerità.

Così, la santità, pur contraddittoria, diventa una luce nel mondo. Non perfetta, ma profondamente umana. Non lontana dalla vita, ma radicata nelle scelte quotidiane. Ogni santo, antico o moderno, ogni mito, ogni storia raccontata attraverso il cinema o la filosofia, ci invita a misurare noi stessi, a riflettere sulle nostre azioni, a cercare il bene anche quando il dubbio e la fragilità ci accompagnano. In questo cammino, risiede la più alta forma di grandezza: trasformare i limiti in esempio, la sofferenza in compassione, l’ombra della colpa in misura della virtù e del senso dell’esistenza.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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