Davos, tra la neve e il potere

“La montagna è severa ma giusta: restituisce solo a chi sale con cuore puro.” – Reinhold Messner

La città svizzera Davos, da sempre un altrove

Oggi, mentre a Davos si riuniscono i dominatori dell’economia globale, intenti a decidere il futuro del pianeta tra vetrate panoramiche e discorsi calibrati al millimetro, è inevitabile pensare che questa cittadina svizzera sia da sempre un altrove. Un luogo che, pur restando fisicamente identico, ha mutato più volte anima e funzione: prima sanatorio, poi scenario letterario, infine tempio della finanza planetaria.

La doppia anima di Davos

Le strade strette e ordinate di Davos sembrano innocenti: chalet in legno, caffetterie calde, neve che cade lenta. Ma sotto questa quiete scorre una doppia storia. Nel primo Novecento si saliva quassù per respirare aria pura, curare la tubercolosi, cercare sollievo nella luce dell’alta quota. Oggi si sale per respirare un’aria diversa: quella rarefatta delle élites globali, che tra un cappuccino e un panel decidono le traiettorie economiche, tecnologiche e politiche del mondo.

La montagna magica di Thomas Mann

È proprio qui che Thomas Mann, ispirato dalla breve visita alla moglie Katia ricoverata per una tubercolosi, ambientò La montagna magica. Un romanzo che trasforma il sanatorio Berghof in un microcosmo separato dal resto del mondo: un luogo sospeso, dove il tempo si dilata e le regole della pianura svaniscono. All’epoca, gli ospiti salivano a Davos per curarsi con l’aria e l’elioterapia; oggi, i potenti vi salgono per curare – o controllare – l’economia globale.

Dai dibattiti letterari alle schermaglie economiche

Nel romanzo, il giovane Hans Castorp arriva per una visita di pochi giorni e resta sette anni, catturato da un universo chiuso e rarefatto. Qui conosce Settembrini, umanista e progressista, e Naphta, nichilista e reazionario: due maestri opposti che incarnano visioni del mondo inconciliabili. I loro dibattiti sono lunghi, intensi, quasi infiniti, come se la montagna allungasse non solo i respiri ma anche le parole. Oggi, nelle sale ovattate del Forum Economico Mondiale, si svolgono schermaglie non meno intense, ma più rapide, più levigate, calibrate per non turbare eccessivamente chi ascolta.

Dal viaggio interiore alla strategia globale

Se per Castorp la permanenza a Davos è un viaggio di formazione interiore, per i leader globali riuniti oggi è un palcoscenico di potere, dove l’aria rarefatta non serve a guarire corpi, bensì a raffinare strategie. Il silenzio contemplativo delle terrazze di un tempo ha lasciato il posto a interviste, flash, dossier riservati e accordi sussurrati. I malati di allora indossavano plaid e sorseggiavano latte caldo; i partecipanti di oggi sfoggiano badge, parlano in inglese internazionale, alternano conferenze a cene private.

L’isolamento che protegge e separa

Eppure, qualcosa resta immutato: l’isolamento. Allora come oggi, Davos è un luogo protetto, lontano dalla realtà quotidiana delle “terre basse”. I pazienti di Mann passavano le giornate avvolti in coperte, distesi al sole su chaise longue, parlando lentamente, senza la pressione dell’orologio; i partecipanti di oggi si muovono tra sale conferenze e cocktail esclusivi, discutendo di geopolitica, intelligenza artificiale, crisi ambientali. Allora il tempo era dilatato; oggi è compresso in agende fitte, ma in entrambi i casi la montagna protegge, e isola, chi vi sale.

Yuval Noah Harari, il pensatore compatibile

Il pensatore scelto per l’edizione attuale è Yuval Noah Harari, storico-filosofo israeliano che ha conquistato le platee internazionali con libri come Sapiens, Homo Deus e 21 lezioni per il XXI secolo. Harari è il cantore globale delle grandi narrazioni: in poche frasi incisive riesce a raccontare la storia dell’umanità o a sintetizzare le minacce future, passando dai cacciatori-raccoglitori all’intelligenza artificiale come se fosse un unico flusso coerente.

Un pensiero critico ma non destabilizzante

Questa capacità lo rende amatissimo nei consessi come Davos, dove serve un pensiero forte ma non troppo pericoloso, capace di affascinare senza destabilizzare. Harari sa parlare di rischi enormi – dall’hackeraggio biologico alla manipolazione algoritmica – ma lo fa senza puntare il dito contro specifici attori di potere. I suoi discorsi inquietano quanto basta per stimolare riflessione, ma non abbastanza da provocare rotture. È un profeta laico che invita alla consapevolezza, ma raramente all’azione diretta.

Il linguaggio che Davos preferisce

Ecco perché la sua presenza qui è significativa: Harari incarna il tipo di pensiero che Davos predilige, critico ma compatibile, visionario ma non incendiario. Le sue parole sono come cristalli di neve: belle, precise, scintillanti… ma si sciolgono in fretta se non trovano terreno su cui attecchire.

Il possibile sguardo di Hans Castorp oggi

Forse, se Hans Castorp potesse aggirarsi oggi tra i saloni dell’attuale Davos, troverebbe poco spazio per il silenzio contemplativo e molta più frenesia strategica. Ma riconoscerebbe lo stesso senso di sospensione, la stessa ambiguità tra cura e potere, tra isolamento e influenza.

Riflessione finale

Davos continua a essere una montagna magica, ma il suo incanto è cambiato di segno: non più il luogo dove guarire il respiro, ma dove decidere come far respirare il mondo. Il rischio è che, come nel romanzo di Mann, il tempo qui si dilati al punto da far dimenticare cosa accade giù a valle.

Chi si ritira in altura per guardare il mondo dall’alto, rischia di non vedere più le ombre che crescono ai piedi della montagna.

Dialogo immaginario tra Thomas Mann e Yuval Noah Harari a Davos

Davos, in una sala silenziosa affacciata sulle cime innevate. Una finestra aperta lascia entrare aria fredda. Thomas Mann, elegante e composto, fissa il panorama; Harari, con tono pacato, tiene tra le mani un tablet.

Mann:
«Questa montagna… un tempo la si saliva per guarire. Qui il tempo era un balsamo, e la malattia, una maestra severa. Ora vi si sale per curare l’economia, ma vedo un male diverso: più sottile, più difficile da diagnosticare.»

Harari:
«Il male di oggi è l’illusione del controllo, Herr Mann. I potenti pensano di dominare i dati, l’intelligenza artificiale, il clima… ma spesso sono prigionieri delle stesse forze che credono di governare.»

Mann:
«I miei personaggi discutevano per anni, qui, separati dal mondo. Ma almeno cercavano la verità, anche a costo di perdersi. Voi, invece, sembrate parlare in modo da non ferire nessuno. Non è forse una forma di compromesso con la malattia stessa?»

Harari:
«Forse. Ma se la parola è troppo tagliente, il potere si chiude all’ascolto. Io preferisco insinuare dubbi, piantare semi… anche se so che non sempre germogliano.»

Mann:
«E se quei semi, qui in altura, cadono su neve e ghiaccio? Non rischiano di attendere troppo, fino a quando sarà tardi?»

Harari:
«È una possibilità. Ma a volte un seme dormiente sopravvive più a lungo di un grido disperato.»

Mann:
«Vedo che il vostro tempo scorre più veloce del mio. Noi qui eravamo lenti, volutamente. Credevamo che il pensiero richiedesse stagioni intere per maturare. Oggi, invece, il pensiero deve durare il tempo di un panel da quarantacinque minuti.»

Harari:
«Non è una scelta. È la velocità del mondo. Io provo a condensare l’essenziale in frasi che possano sopravvivere a quella velocità.»

Mann:
«Il rischio, professore, è che il pensiero, compresso così, diventi slogan. E lo slogan, una volta digerito, smette di far pensare.»

Harari:
«Eppure, a volte uno slogan apre una porta. Forse non tutte, ma qualcuna sì. Voi creavate cattedrali di parole; io lancio pietre nello stagno e spero nelle onde.»

Mann:
(sorridendo amaramente) «Allora, professore, la differenza è che ai miei tempi la malattia era nei polmoni. Oggi, temo, sia nel respiro stesso del mondo.»

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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