Acquerelli, lettere e grafia di un artista capace di trasformare il viaggio in ritmo e memoria
Felix Mendelssohn – Bartholdy, artista dello sguardo, è entrato nella storia come compositore, pianista, direttore d’orchestra e raffinato protagonista del Romanticismo europeo. Eppure, accanto al musicista celebre, esiste un Mendelssohn meno noto e sorprendente: il disegnatore, l’acquerellista, l’uomo che portava con sé album da viaggio trasformando città, alberi, ponti, laghi e montagne in immagini delicate e misurate.

Mendelssohn artista dello sguardo e l’educazione estetica
La sua arte visiva non fu un mero passatempo marginale. Nella famiglia Mendelssohn l’educazione estetica occupava un posto centrale interessando musica, letteratura, lingue, pittura, visita alle gallerie e pratiche del disegno. Felix prese lezioni dal pittore Samuel Rösel e, durante i suoi viaggi, fissò nei taccuini ciò che lo colpiva. Di lui restano numerosi fogli, album e circa ottanta acquerelli, una produzione sufficiente per restituirci un profilo d’artista più ampio, quasi rinascimentale.
Nei suoi disegni colpisce subito l’assenza di enfasi. Le linee sono chiare, le composizioni calibrate, il rapporto tra spazio e luce è sempre sorvegliato. Mendelssohn anche quando ritrae alberi, città o vedute alpine, non cerca effetti spettacolari, ma predilige un’apparizione discreta e sullo sfondo si percepisce un equilibrato ritmo interno, come se l’occhio dell’autore lavorasse già musicalmente.
Il viaggio come forma dello sguardo
Firenze, Roma, Lucerna, Interlaken, Amsterdam, Lipsia. Le immagini di Mendelssohn nascono spesso dal viaggio. Il giovane Felix attraversò l’Europa con curiosità instancabile: Inghilterra, Scozia, Galles, Italia, Svizzera. Da questi itinerari nacquero anche suggestioni musicali decisive, come l’ouverture Le Ebridi e la Sinfonia Italiana.
Ma ciò che interessa, guardando i suoi fogli, è il modo in cui il viaggio diventa una gentile disciplina dello sguardo. Mendelssohn nelle sue lettere scrive di volersi imporre quasi una regola: ricevere ogni giorno una sola immagine nuova, per non disperdersi. È una frase rivelatrice. Per lui vedere significa scegliere e scegliere significa dare forma.
Lo stesso atteggiamento ritorna quando racconta una giornata trascorsa in Svizzera, “a disegnare, comporre e respirare aria fresca”. Disegno, musica e vita fisica sembrano appartenere allo stesso respiro, come modi diversi di trattenere il mondo prima che svanisca.
Mendelssohn artista dello sguardo a Firenze
Tra le immagini più affascinanti c’è la Veduta di Firenze del 1830. La città compare tra alberi e colline, con la cupola del Duomo che emerge in lontananza, quasi sospesa nella luce. Mendelssohn non colloca subito il monumento al centro della scena, ma lo fa apparire gradualmente. L’occhio deve attraversare una quinta vegetale, deve aspettare prima di entrare nello spazio. La pittura costruisce una piccola attesa visiva, come accade in certi passaggi musicali, prima la preparazione, poi l’apertura.
In una lettera da Firenze del 23 ottobre 1830, il compositore descrive proprio questa emozione: la città che appare tra le colline, la cupola che affiora da una foschia azzurra, la valle che si apre davanti allo sguardo. Prosa e acquerello sembrano due traduzioni dello stesso momento.

Alberi, ponti e soglie nello sguardo di Mendelssohn
Nei disegni di Mendelssohn tornano spesso alcuni elementi: alberi in primo piano, ponti, rive, strade, architetture viste da una certa distanza. Sono motivi-che sembrano guidare guidano l’ingresso dello sguardo.
Un esempio molto bello è il Gruppo d’alberi a Interlaken del 1842. A prima vista, un soggetto minimo: alcuni alberi, un margine e pochi segni lontani, ma proprio lì si rivela la finezza dell’artista. La massa vegetale diventa una partitura di linee fra tronchi, rami, vuoti, addensamenti.

Mendelssohn artista dello sguardo a Lucerna
Nel 1847, ultimo anno della sua vita, Mendelssohn tornò in Svizzera. Di quel periodo restano tredici vedute svizzere, tra cui la Veduta di Lucerna del 2 luglio 1847, oggi collegata al Mendelssohn-Archiv della Staatsbibliothek di Berlino.
La scena mostra la Hofkirche, il ponte ligneo, il lago, la Rigi sullo sfondo. Tutto è disposto con equilibrio: il ponte accompagna l’occhio, le torri scandiscono verticalmente la composizione, il lago distende lo spazio, le montagne chiudono la scena senza appesantirla.

Sapendo che il 1847 fu anche l’anno della morte dell’amatissima sorella Fanny, questa calma trattenuta assume una risonanza particolare. La sua serenità non è affatto ingenua, ma è una quiete costruita, forse cercata e necessaria. La mano ordina il paesaggio mentre la vita, intorno, si incrina.
Lettere e grafia: il laboratorio privato dell’artista
Le lettere di Mendelssohn sono un altro territorio prezioso. La sua corrispondenza è vastissima, comprendendo migliaia di lettere superstiti, molte delle quali conservano tracce di lavoro, affetti, pensieri musicali, osservazioni visive.
Nelle lettere a Fanny Hensel, la sorella musicista e interlocutrice fondamentale, Mendelssohn passa con naturalezza dal tono familiare alla riflessione artistica. Scrive di Roma, del lavoro, dei progetti, delle impressioni ricevute. In una lettera del 30 novembre 1830 cita anche l’ouverture Le Ebridi, alla quale stava lavorando, collegando il brano all’amico violinista Eduard Rietz.

Interessante è anche il fatto che alcuni documenti manoscritti di Mendelssohn contengano righe musicali, disegni, parole, segni diversi sulla stessa pagina. Il foglio manoscritto diventa un piccolo spazio composito di scrittura verbale, notazioni musicali e immagini.
La grafia di Mendelssohn artista dello sguardo
Parlare della grafia di un grande autore richiede prudenza. La grafologia seria non trasforma un segno in una sentenza psicologica. Osserva, analizza, confronta, ma deve interpretare con cautela.
Nelle lettere autografe di Mendelssohn, tuttavia, alcuni elementi visivi colpiscono anche un lettore non specialista: l’ordine della pagina, la tenuta abbastanza stabile del rigo, l’inclinazione moderatamente destrorsa, la spaziatura fitta ma leggibile, la rapidità del tratto unita a un controllo formale notevole.
Nella lettera autografa qui riprodotta la grafia di Mendelssohn mostra un equilibrio raro tra rapidità e controllo. Il rigo conserva una buona tenuta, l’inclinazione è moderatamente destrorsa, la scrittura procede fitta ma leggibile, con legamenti agili e un tratto che sembra avanzare senza esitazioni vistose. Non è una mano decorativa né fredda: è una grafia colta, mobile, disciplinata, capace di correre mantenendo ordine e chiarezza. La firma, invece, concentra il gesto in modo più personale: gli sviluppi discendenti e il movimento conclusivo danno al nome una forza più marcata, quasi una sigla energetica posta a chiusura della pagina.

Un artista intero
Mendelssohn fu dunque molto più di un grande musicista. Fu un artista dello sguardo, un viaggiatore attento, un disegnatore capace di trasformare la realtà in misura, ritmo e memoria.
I suoi acquerelli completano la sua musica. Mostrano lo stesso bisogno di ordine luminoso, la stessa grazia vigile, la stessa capacità di trattenere l’emozione dentro una forma limpida.
Forse il fascino più moderno di Mendelssohn sta proprio qui: nel suo modo di attraversare i linguaggi senza separarli rigidamente. Scrive, disegna, compone. Guarda una città e ne fa immagine; ascolta un paesaggio e ne fa musica; prende carta e penna e lascia che parola, nota e segno convivano.
In un’epoca che tende a specializzare tutto, Mendelssohn ci ricorda una verità antica ma anche futura. L’artista autentico non abita una sola stanza, ma apre anche altre porte.
Monica Ferri – grafologa & perito grafico giudiziario
Dedico questo mio piccolo contributo a Linda Trabucco, amica e collega, per il suo modo silenzioso e autentico di abitare lo studio, e per i tanti stimoli di ricerca che sa donare.