“Non è il più forte delle specie che sopravvive, né il più intelligente, ma colui che si adatta meglio al cambiamento.” – Charles Darwin
L’Italia della politica: un organismo immobile
In Italia la politica continua a parlare di adattamento, ma si comporta come un organismo immobile. L’ultimo monito del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla necessità di rafforzare i salari e ridare dignità al lavoro, ha costretto il governo Meloni a uscire dal silenzio.
“Sappiamo che c’è un problema, ma non si risolve da un giorno all’altro”,
ha detto la premier in una conferenza stampa a sorpresa dopo l’approvazione della legge di Bilancio.
È una frase di prudenza, ma anche di resa. Perché ammettere non equivale a risolvere, e sapere non basta se non si agisce.
Negli ultimi quindici anni, il potere d’acquisto degli italiani è crollato del 2,3%, mentre in Germania è aumentato del 4,1% e in Francia del 3,7%. Le famiglie italiane lavorano di più e guadagnano meno, mentre la produttività resta tra le più basse d’Europa.
Il governo rivendica di aver “invertito la tendenza”, sostenendo che i salari crescono più dell’inflazione. Ma i dati raccontano altro: la crescita è diseguale, limitata e spesso assorbita dai rincari. Per molti lavoratori, la busta paga reale è ferma o in calo, mentre il costo della vita cresce in modo insostenibile.
Il limite evidente
La legge di Bilancio appena approvata introduce una tassazione agevolata al 5% sugli aumenti contrattuali fino a 28mila euro, applicabile retroattivamente al 2025. È un gesto che il governo presenta come un incentivo “significativo” alla contrattazione e al rinnovo dei contratti. Ma dietro la misura c’è un limite evidente: si interviene sull’effetto, non sulla causa.
Il problema non è tanto il livello dei contratti, ma la distribuzione della ricchezza prodotta. L’Italia è un Paese in cui il valore aggiunto creato dal lavoro si concentra sempre più nelle mani di pochi: banche, grandi aziende, fondi finanziari e società di servizi pubblici monopolistici. Si parla di “inversione di tendenza”, ma il plusvalore generato dal lavoro continua a essere privatizzato, mentre lo Stato rinuncia a una vera politica redistributiva.
La ricchezza ferma: il plusvalore che non torna indietro
Negli ultimi due anni, le banche italiane hanno registrato utili record grazie all’aumento dei tassi di interesse. Eppure, la tassazione sugli extraprofitti è rimasta simbolica, tanto da non incidere né sulle disuguaglianze né sui bilanci pubblici. Le grandi multinazionali dell’energia e della tecnologia hanno continuato a incassare margini altissimi, mentre i lavoratori del commercio, della sanità e della scuola attendono rinnovi contrattuali da anni.
Il governo parla di “equità” e di “valorizzazione del lavoro”, ma evita accuratamente di toccare il cuore del problema: la redistribuzione del valore. Senza una riforma fiscale che colpisca davvero i profitti e alleggerisca i redditi medio-bassi, ogni promessa sui salari rischia di restare retorica.
Come ricordava Mario Draghi,
“l’Italia non può competere sui bassi salari, ma solo sulla qualità e sul capitale umano”.
È un ammonimento economico e morale insieme. Draghi, pur con una visione liberale, ha sempre sottolineato la necessità di investire sulle persone, non solo sugli incentivi. Perché un Paese che non investe nel lavoro è un Paese che consuma il proprio futuro.
Oggi, invece, la politica economica italiana sembra guidata da un paradosso: si riducono le tasse a chi produce, ma non si redistribuisce nulla a chi lavora. Si incentivano i contratti, ma non si combatte il precariato. Si parla di crescita, ma non si costruiscono le condizioni per generarla davvero.
Lamarck e l’adattamento che non c’è
La biologia offre una metafora potente. Jean-Baptiste de Lamarck, padre del concetto di adattamento funzionale, sosteneva che “la funzione crea l’organo”: quando un organismo usa una parte di sé, quella si sviluppa; quando smette di usarla, deperisce.
Applicato alla politica, il principio è spietato: se il potere non esercita la propria funzione di giustizia e riequilibrio, deperisce moralmente e socialmente. Oggi la politica italiana ha perso la funzione della responsabilità. Conosce le disuguaglianze, ne parla, ma non le corregge. Ha strumenti, ma non li usa. Il risultato è un sistema stanco, incapace di evolversi.
Italia della politica: un organismo immobile
Come un organismo che non reagisce agli stimoli, il corpo politico rischia la paralisi. E mentre il governo celebra l’“inversione di tendenza”, milioni di cittadini percepiscono un’altra realtà: quella dei salari che non bastano, dei contratti scaduti, delle bollette impossibili.
Darwin, Draghi e la selezione naturale della politica
Lamarck ci ricorda la funzione, Darwin la selezione. In economia come in natura, chi non evolve soccombe. La politica è soggetta alla stessa legge. Chi non sa adattarsi alla realtà sociale, chi non corregge le proprie strategie, viene naturalmente sostituito.
Eppure il governo continua a confondere adattamento con attesa, riforma con comunicazione. Ogni manovra economica si presenta come “un passo alla volta”, ma i passi sono sempre nello stesso cerchio. La selezione naturale della politica, se fosse reale, avrebbe già prodotto un cambiamento radicale nella gestione del lavoro.
Draghi, nel suo stile tecnico ma netto, aveva ammonito: “L’inerzia è il nemico più pericoloso.” E questa è forse la sintesi più precisa della condizione italiana. La classe dirigente riconosce il problema dei salari, ma non ha il coraggio di affrontarlo con la decisione che servirebbe.
Europa a due velocità: il confronto che brucia
In Francia, il salario minimo è stato portato a oltre 1.766 euro lordi al mese e indicizzato all’inflazione. Mentre in Germania, il governo Scholz ha approvato una riforma strutturale che lega il salario minimo e i contratti collettivi alla crescita reale della produttività. In Italia, invece, si discute ancora se introdurlo o meno, temendo che “distorca il mercato”.
Ma il mercato, da solo, ha già distorto la società.
Il 60% dei giovani italiani sotto i 35 anni guadagna meno di 1.300 euro netti al mese. Il 30% dei lavoratori è precario o sottopagato. Più del 40% dei contratti collettivi è scaduto. Eppure, l’esecutivo insiste sulla prudenza, mentre le imprese e le banche continuano a generare margini record.
Il coraggio di cambiare: dalla conoscenza all’azione
Non serve più un governo che sappia descrivere la realtà. Serve un governo che la trasformi.
Le misure fiscali sulla contrattazione, per quanto utili, non risolvono la questione della redistribuzione del reddito. Servono interventi più ampi:
- Tassazione progressiva del plusvalore finanziario e bancario, reinvestendo gli introiti in salari e welfare;
- Riforma del cuneo fiscale stabile e non temporanea;
- Sostegno alla contrattazione collettiva nazionale e penalizzazione dei contratti pirata;
- Politiche industriali per l’innovazione e la formazione professionale, collegate a obiettivi salariali e di produttività;
- Tutela del lavoro femminile e giovanile, oggi le fasce più penalizzate.
Solo con una visione organica e coraggiosa si potrà invertire davvero la rotta.
Un Paese che deve riattivare la propria funzione vitale
Lamarck direbbe che la funzione politica della giustizia economica è atrofizzata perché non viene esercitata. Darwin osserva che chi non evolve scompare. Draghi aggiunge che chi non investe nel capitale umano distrugge il proprio futuro.
Tre prospettive, una sola lezione: la sopravvivenza dipende dall’azione, non dalla consapevolezza.
Perchè l’Italia della politica è un organismo immobile?
Il governo Meloni ha riconosciuto il problema dei salari, ma il tempo delle diagnosi è finito. Ogni parola non accompagnata da un gesto diventa rumore. E ogni promessa mancata erode la fiducia dei cittadini.
La politica, come la biologia, non perdona chi resta immobile.
Chi non evolve, scompare.
Chi ignora la giustizia sociale, consuma la fiducia dei cittadini.
E chi rinuncia al cambiamento, apre la strada a chi saprà raccoglierne l’eredità.
Forse è arrivato il momento di ricordare che, in economia come in natura, non sopravvive chi resiste, ma chi cambia.
E l’Italia, oggi, non ha più il lusso di aspettare.