A Torino, al Festival della Missione, Figli della stessa speranza racconta l’abbraccio tra Basel Adra e Yonatan Zeigen per la pace.
Figli della stessa speranza: l’abbraccio per la pace
“Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere, il mondo conoscerà la pace.”
— Jimi Hendrix
Speranza. È una parola fragile, ma tenace, come un filo d’erba che cresce tra le macerie. È la prima che nasce di fronte all’abbraccio tra due uomini che, pur appartenendo a mondi opposti, hanno scelto di non cedere alla logica dell’odio. Un palestinese e un israeliano, due volti segnati dalla perdita, si ritrovano non per discutere di potere, ma per restituire al mondo il significato di umanità.
A Torino, domenica 12 ottobre, nel cuore di piazza Castello, durante il Festival della Missione, il regista palestinese Basel Adra, Premio Oscar per No Other Land, e Yonatan Zeigen, attivista israeliano e figlio della pacifista Vivian Silver uccisa il 7 ottobre, si stringono la mano. È un gesto silenzioso, ma pieno di luce: un abbraccio che vale più di mille discorsi, un piccolo miracolo in un tempo di muri e sospetti.
Il pubblico trattiene il fiato. Nessuna retorica, nessuna politica: solo due uomini, due padri, due figli, che scelgono la via più difficile — quella del perdono e del dialogo.
Un gesto più forte del conflitto
Basel Adra, nato e cresciuto in Cisgiordania, conosce da sempre la paura. Da bambino dormiva vestito, pronto a uscire di casa durante le incursioni notturne dei soldati. Oggi filma ciò che accade nella sua terra, per impedire che il mondo dimentichi. Il suo documentario No Other Land, premiato con l’Oscar, è un atto d’amore e di resistenza: mostra la quotidianità sotto occupazione, ma anche la dignità di chi non smette di vivere.
Accanto a lui, Yonatan Zeigen, israeliano, attivista per la pace, porta sulle spalle il peso della perdita della madre, una delle più note pacifiste israeliane. “Non voglio vendetta,” dice, “voglio che nessuno, né israeliano né palestinese, debba soffrire ciò che ho sofferto io.”
Le loro storie corrono su binari diversi, ma si incontrano nella stessa stazione: quella del coraggio.
Figli della stessa speranza: un futuro per i figli
Quando Basel parla di sua figlia, la voce gli trema. “Spero che cresca senza conoscere la parola ‘occupazione’. Voglio che sappia che suo padre ha cercato di cambiare qualcosa, anche solo con una videocamera.”
Yonatan, padre di tre bambini, risponde con la calma di chi ha imparato che la paura si vince solo guardandola in faccia. “I miei figli sanno cosa significa vivere con l’allarme costante, ma io voglio che conoscano anche la possibilità di un mondo diverso. I palestinesi non sono i nostri nemici, sono parte del nostro destino.”
È in queste frasi che la speranza trova radici: nella consapevolezza che la pace non è un sogno ingenuo, ma una necessità morale. Due padri che parlano dei propri figli rappresentano milioni di genitori che, su entrambe le sponde del dolore, vorrebbero la stessa cosa: un futuro che non odori di polvere da sparo.
Raccontare per resistere, figli della stessa speranza
Per Basel, filmare è un atto di sopravvivenza. “Se non raccontiamo noi, nessuno lo farà,” dice. “Le nostre storie sono tutto ciò che ci rimane.”
La sua voce non cerca compassione, ma ascolto. Le sue immagini mostrano la realtà spogliata dalla propaganda: case demolite, olivi abbattuti, bambini che giocano tra le rovine e ridono comunque. “Ogni sorriso filmato è una forma di resistenza,” afferma.
Anche Yonatan sa che raccontare è un rischio. In Israele, chi parla di pace viene spesso isolato, considerato un ingenuo o un traditore. “Ma non si può costruire una società libera sull’odio,” dice. “La pace è un lavoro lento, e comincia quando scegli di ascoltare chi ti hanno insegnato a temere.”
Il coraggio di guardarsi negli occhi
A Torino, domenica 12 ottobre, l’abbraccio tra Basel e Yonatan diventa un simbolo. Due corpi, due popoli, un unico gesto. “Non è cominciato tutto il 7 ottobre,” dicono entrambi. “Il dolore ha radici antiche, e finché non si affrontano, ogni tregua sarà solo un’illusione.”
In quelle parole c’è la lucidità di chi ha visto tutto e tuttavia non ha smesso di credere. “Non basta un cessate il fuoco,” spiega Basel, “serve giustizia.” E Yonatan aggiunge: “Non serve un piano politico, serve un cambiamento umano.”
La folla ascolta in silenzio, consapevole che sta assistendo a qualcosa che non accade quasi mai: due uomini che parlano con il cuore, senza filtri, senza paura.
La pace come eredità
Vivian Silver, madre di Yonatan, ripeteva che “la sicurezza non nasce dalle armi, ma dalla fiducia”. Quelle parole risuonano ora come una profezia. “Mia madre mi ha insegnato,” dice Yonatan, “che la pace non è un atto di fede, ma di volontà. È scegliere di credere nell’altro anche quando tutto ti dice di non farlo.”
Basel annuisce: “L’odio è una malattia che si trasmette. Ma anche la speranza può essere contagiosa. Io voglio che mia figlia erediti la seconda.”
Il loro incontro a Torino è una piccola lezione di civiltà, un frammento di umanità che smentisce la rassegnazione. Due uomini, soli contro la retorica dei governi, dimostrano che la pace è possibile solo quando la verità diventa più forte della paura.
Oltre i governi e le propagande
Mentre le loro parole commuovono Torino, nello stesso giorno, domenica 12 ottobre, a Gerusalemme, il mondo politico vive un’altra scena. Donald Trump parla al Parlamento israeliano. È un discorso reboante e autocelebrativo, pieno di slogan e promesse, di applausi orchestrati e frasi destinate ai titoli dei giornali.
Trump rivendica di essere “il più grande amico che Israele abbia mai avuto” e di aver “portato la pace nella regione”. In realtà, il suo linguaggio è quello del dominio, non del dialogo. Parla di “sicurezza totale”, ma non di libertà. Parla di “ordine”, ma evita accuratamente la parola “uguaglianza”. Ogni frase è un atto di propaganda, ogni applauso un’eco vuota di potere.
Il suo intervento prepara il terreno per il giorno successivo, oggi, quando a Sharm el-Sheikh venti delegazioni di altrettanti Stati assisteranno alla firma del cosiddetto “piano Trump”, un progetto che promette pace ma costruisce sottomissione.
Non un ponte, ma una prigione con sbarre alte e celle strette attorno alla Palestina, ridotta a frammenti di territorio, umiliata, senza diritti e senza voce.
A Sharm, tutto è pronto per la cerimonia: tappeti rossi, luci, inni, dichiarazioni solenni. Ma ciò che si celebrerà sarà un’ingiustizia consumata davanti al mondo. I venti Stati presenti — potenze grandi e piccole, testimoni silenziosi e complici passivi — assisteranno alla firma di un documento che non libera, ma intrappola.
E mentre i potenti applaudono se stessi, a Torino, due uomini abbracciano il dolore e lo trasformano in speranza.
Figli della stessa speranza: un seme di pace
La fotografia di Basel e Yonatan che si stringono le mani fa il giro del mondo. Nessun palazzo, nessun tappeto rosso, nessuna penna d’oro. Solo due esseri umani che decidono di non odiare più. È questo il seme della pace: piccolo, fragile, ma reale.
La loro immagine vale più di qualunque discorso ufficiale, più di qualunque trattato. È la prova che la pace non si firma: si costruisce, giorno per giorno, con il coraggio di chi non si arrende alla disumanizzazione.
Conclusione
Domenica 12 ottobre, due mondi hanno parlato due lingue diverse. A Gerusalemme, Donald Trump si è esibito in un monologo trionfalista, annunciando un futuro di ordine e prosperità costruito sulla disuguaglianza. A Torino, nello stesso giorno, Basel Adra, Premio Oscar, e Yonatan Zeigen hanno mostrato, con un semplice abbraccio, che l’unico futuro possibile è quello dell’uguaglianza e del rispetto reciproco.
Domani, a Sharm el-Sheikh, venti nazioni assisteranno alla firma di un accordo che chiamano pace ma che sa di resa, di silenzio imposto, di gabbia.
Ma ieri, a Torino, due uomini hanno dimostrato che la speranza non muore.
E sono questi fatti, e non l’iniquo piano di Trump — che costruisce prigioni invece di ponti e umilia un popolo intero —, a darmi speranza per una pace vera e duratura.