“Il patriottismo è il rifugio delle canaglie.” — Samuel Johnson
Sono Chi non si ferma al primo giudizio. Ma ci sono fratture che nemmeno la più ostinata comprensione può più ricucire.
Per anni ho guardato alla Russia con l’occhio di chi non si ferma al primo giudizio, ho condiviso l’idea che Putin fosse l’effetto, non solo la causa, di un trauma storico. Il collasso dell’URSS, l’umiliazione geopolitica, l’anarchia liberista degli anni ’90. Pensavo — come tanti — che l’Occidente avesse fatto troppo poco per integrare quella Russia fragile nel consesso delle nazioni “normali”.
In quella frattura è nato il putinismo: un sistema non solo di potere, ma di senso. Il ritorno dell’orgoglio russo, la riaffermazione della sovranità, la promessa di ordine e sicurezza in un’epoca di smarrimento. In quell’uomo cresciuto nel KGB si riconoscevano milioni di russi, perché sembrava sapere chi fossero e cosa volessero essere di nuovo.
E per un po’ quella promessa ha funzionato
Ma il potere, quando dura troppo, si gonfia come un’idra. Perde la misura. Diventa non più difesa del popolo, ma dominio su di esso.
L’invasione dell’Ucraina è stato il momento della verità. Non più retorica sovranista, non più “incidenti geopolitici”, ma guerra aperta, insensata, brutale. Una guerra in cui la logica non risiedeva nelle carte militari ma nel simbolismo ossessivo: riportare la storia indietro, cancellare identità altrui per ritrovare la propria.
Eppure, anche allora, molti hanno continuato a giustificare. A dire che Zelensky era una pedina dell’Occidente, che Kyiv era ormai colonia americana, che l’Ucraina si era cercata tutto questo. Che Putin, insomma, non aveva scelta.
Ma oggi non è più possibile fingere
Oggi c’è uno specchio, e quello specchio mostra due volti.
Da un lato le ragazze ucraine, giovanissime, che scendono in piazza a rischio della vita e della reputazione. Dall’altro, il vuoto pietrificato della gioventù russa, senza voce, senza spazio, senza più un linguaggio civile.
In Ucraina, anche in mezzo alla guerra, c’è società, c’è civiltà. C’è il gesto, magari ingenuo ma potentissimo, di chi dice no a una legge ingiusta, anche quando a proporla è il proprio presidente. Quelle ragazze sanno che Zelensky ha rappresentato per anni un simbolo di resistenza e speranza. Eppure ora lo contestano. Perché non si sentono suddite, ma cittadine.
In Russia, tutto questo è sparito.
Dopo tre anni e mezzo di guerra, dopo le repressioni, le deportazioni, i processi farsa, le leggi-bavaglio, non resta nulla. Nessuna manifestazione, nessun cartello, nessun grido. La paura è diventata linguaggio comune. L’obbedienza è stata interiorizzata come necessità.
E allora le ragioni di Putin non bastano più
Non è più questione di NATO, di frontiere, di sfere d’influenza. È questione di anima. E un’anima che smette di respirare non può più chiedere comprensione.
Chi cancella la libertà degli altri per legittimare la propria paura è già sconfitto.
Eppure, anche qui, serve onestà
L’Europa non è innocente.
Non lo è mai stata. Ha trascurato la Russia quando si poteva ancora costruire ponti, ha guardato altrove mentre il potere si accentrava al Cremlino, ha scelto il gas al posto dei diritti umani.
Ma ora l’Europa ha una possibilità per riscattarsi: guardarsi negli occhi di quelle ragazze che marciano a Kyiv.
Non si tratta solo di sostegno militare, né di trattati. Si tratta di riconoscere che l’idea stessa di Europa è viva lì, in quei corpi stanchi ma presenti, in quei volti giovani e determinati. È in quella protesta spontanea, nata non contro la guerra ma per la legalità, contro l’arbitrio, per la trasparenza.
Zelensky ha sbagliato. Ha cercato una scorciatoia per il potere. Ma non ha trovato silenzio — ha trovato la voce della sua gente.
E questo è ciò che distingue una democrazia da una dittatura.
Non l’assenza di errori, ma la possibilità di correggerli.
Epilogo di chi non si ferma al primo giudizio: L’anima oltre la geografia
Ma allora, che ne è dell’anima russa? È finita? No. È in esilio, è nascosta, ferita, dimenticata nei margini.
La trovi nei romanzi proibiti, nei taccuini mai pubblicati, nei blog cancellati, nei versi che non verranno mai letti. È nelle madri dei soldati che non tornano, è nei volti dei giovani fuggiti a Tbilisi, a Erevan, a Berlino, è in chi ha scelto il silenzio per non tradire la verità.
E se un giorno ci sarà un futuro nei rapporti tra Russia ed Europa, non nascerà da summit o trattati. Nascerà dal giorno in cui un ragazzo russo potrà tornare a dire “io non sono d’accordo” senza temere la prigione. Dal giorno in cui i cortei torneranno a Mosca non per obbedire, ma per sperare.
Tocca a chi non si ferma al primo giudizio
Nel frattempo, tocca a noi — e a loro. Tocca alle ragazze ucraine che tengono alta la fiaccola, e a chi in Europa ha il dovere morale di non spegnerla. Agli studenti, agli intellettuali, ai cittadini comuni, a non arrendersi alla logica delle sfere, delle bombe, dei “realismi”.
La libertà non è una linea del fronte: è una condizione dello spirito.
E oggi lo spirito europeo è più vivo a Kyiv che a Bruxelles.
In quel popolo ferito ma non piegato, c’è qualcosa che va oltre la geografia.
C’è la prova che si può ancora dire no — anche quando tutto intorno dice sì.
Che si può ancora scegliere il coraggio — anche quando il potere pretende obbedienza.
Che si può ancora restare umani — perfino in guerra.
E forse, proprio da lì, un giorno la Russia potrà rinascere.
Guardando non a Putin, ma a quelle ragazze.
Riscoprendo, in loro, il riflesso dimenticato della propria anima.