«Il silenzio è anche una parola.» — Léon Bloy
Il punto di partenza: Marche e Valle d’Aosta
L’autunno elettorale italiano è cominciato ufficialmente ieri con l’apertura delle urne in due regioni piccole ma significative: la Valle d’Aosta e le Marche. La prima, una regione autonoma con un sistema politico storicamente peculiare e fortemente frammentato; la seconda, una regione centrale che negli ultimi anni è diventata terreno di scontro tra centrodestra e centrosinistra, laboratorio politico e simbolo della trasformazione del voto italiano.
In Valle d’Aosta, lo spoglio si è già concluso e il primo dato che salta agli occhi è quello dell’affluenza: il 62,98 % degli aventi diritto si è recato alle urne. Un numero che, a prima vista, potrebbe sembrare dignitoso, ma che rappresenta in realtà un calo significativo rispetto al 70,50 % delle elezioni del 2020. Il segnale è chiaro: anche in una regione abituata ad affluenze mediamente più alte rispetto alla media nazionale, si registra un’erosione costante della partecipazione.
Nelle Marche, il primo giorno di voto si è chiuso con un’affluenza ferma al 37,71 %, in netto calo rispetto al 42,72 % del 2020. Mancano ancora i dati della seconda giornata, ma è difficile immaginare che il calo venga recuperato. L’astensionismo appare ormai un fenomeno strutturale e crescente, che non risparmia neanche le regioni “di frontiera politica” come le Marche, dove la competizione dovrebbe teoricamente mobilitare di più.
Questi due casi aprono uno scenario che, nelle prossime settimane, si ripeterà in regioni ben più popolose e politicamente decisive. L’autunno del 2025 sarà un lungo banco di prova non tanto per le coalizioni e i candidati, quanto per la capacità stessa della democrazia italiana di mantenere vivo il legame con i cittadini.
Il contesto nazionale parte da Marche e Valle d’Aosta: un autunno elettorale carico
Quest’anno, oltre a Valle d’Aosta e Marche, si voterà in Calabria, Toscana, Campania, Puglia e Veneto. Sei regioni in totale, che coprono territori e popolazioni molto diversi tra loro, dalla piccola autonomia alpina al cuore industriale e agricolo del Nord-Est, passando per i grandi serbatoi elettorali del Sud.
In teoria, sarebbe un’occasione straordinaria di mobilitazione democratica, un momento in cui milioni di italiani hanno la possibilità di incidere sul futuro amministrativo e politico delle proprie comunità. In pratica, il vero protagonista rischia di essere ancora una volta l’astensionismo.
È ormai da diversi decenni che l’affluenza in Italia conosce un calo costante. Se negli anni Cinquanta e Sessanta il voto superava regolarmente il 90 % degli aventi diritto, oggi siamo scesi su medie che oscillano tra il 50 e il 60 %, con punte ancora più basse in alcune tornate amministrative o referendarie. La disaffezione, la disillusione, la sensazione che “tanto non cambia nulla” sono diventate parte del linguaggio comune. E i numeri parlano da soli: milioni di cittadini scelgono di non esercitare il diritto-dovere sancito dalla Costituzione.
Perché “io non voto”: ragioni personali e collettive
Il gesto del non voto non è mai neutro. Ha radici profonde, individuali e collettive, e si inserisce in un contesto storico e culturale che in Italia è diventato ormai riconoscibile.
Molti non votano perché si sentono delusi dai partiti. Le promesse mancate, i programmi abbandonati dopo pochi mesi, le alleanze improvvisate in base alla convenienza del momento alimentano la percezione di una politica incoerente e lontana dalla realtà dei cittadini. In questo quadro, non sorprende che la fiducia nei partiti sia ai minimi storici.
Altri non votano perché non vedono temi capaci di toccarli davvero. Le campagne elettorali si giocano spesso su slogan nazionali, su logiche di appartenenza o su scontri personalistici, mentre i problemi quotidiani — il lavoro precario, il costo della vita, la sanità pubblica in difficoltà — restano sullo sfondo. Se la politica non parla la lingua dei cittadini, i cittadini smettono di ascoltarla.
Un Fattore determinante
Un altro fattore determinante è la percezione di risultato scontato. In regioni dove un partito o una coalizione appare largamente favorita, l’elettore può convincersi che il suo voto sia inutile. È il classico effetto psicologico del “tanto vincono loro”, che spinge molti a restare a casa. Questo meccanismo si è già visto in Lombardia e Lazio nel 2023, quando l’astensionismo ha raggiunto livelli record proprio per la convinzione diffusa che l’esito fosse già scritto.
Non va sottovalutato nemmeno il peso dei fattori pratici. In un Paese in cui milioni di persone lavorano in condizioni precarie, con turni variabili e poco tempo libero, andare a votare può sembrare un lusso. A ciò si aggiungono gli anziani con difficoltà di spostamento, i cittadini che vivono lontani dal luogo di residenza, i giovani studenti che non sempre hanno la possibilità di rientrare nel comune di origine. Tutti elementi che, in mancanza di strumenti come il voto elettronico o per corrispondenza diffuso, contribuiscono a ridurre la partecipazione.
Infine, c’è una dimensione culturale e intergenerazionale. Le nuove generazioni spesso non si riconoscono nella politica tradizionale. Cresciuti in un contesto di crisi economica e di disillusione verso le istituzioni, molti giovani non percepiscono il voto come un momento decisivo per cambiare la propria condizione. Preferiscono investire le proprie energie in altre forme di partecipazione: il volontariato, i movimenti sociali, le iniziative dal basso, i social network. In questo senso, il non voto non è sempre sinonimo di indifferenza: può essere anche una scelta consapevole di estraneità a un sistema percepito come vecchio e inadeguato.
Dove crescerà il non voto: scenari regionali
Se allarghiamo lo sguardo alle altre regioni che andranno al voto, emergono scenari diversi ma accomunati da un filo rosso: l’astensionismo sarà il vero arbitro.
Nel Sud e nel Mezzogiorno, in particolare in Campania, Calabria e Puglia, il fenomeno rischia di assumere proporzioni drammatiche. Qui pesano le difficoltà economiche, la disoccupazione giovanile, la percezione di inefficienza delle istituzioni locali. In un contesto in cui la politica appare incapace di dare risposte concrete, molti preferiscono disertare le urne. Non è un caso che già in passato proprio queste regioni abbiano registrato affluenze tra le più basse d’Italia.
Nel Veneto, al contrario, la sfida è diversa: qui la Lega e il centrodestra sono da anni in posizione di dominio, e la percezione di risultato scontato potrebbe alimentare la rinuncia al voto da parte dell’elettorato di opposizione. Se l’esito appare già deciso, lo stimolo a recarsi alle urne si riduce drasticamente.
In Toscana, storica roccaforte della sinistra, l’astensionismo potrebbe assumere un significato diverso. Qui l’elettorato progressista, che per decenni ha considerato naturale andare a votare, mostra segnali di stanchezza e disillusione. Se a questo si aggiunge la crescita delle destre, la partita diventa incerta, ma rischia di essere decisa da quanti sceglieranno di non presentarsi al seggio.
In ogni caso, ovunque si voti, un dato appare certo: la tendenza al calo dell’affluenza non si arresterà.
Il lungo autunno e il rischio di crisi di legittimità
Il rischio più grande di un astensionismo crescente non è semplicemente quello di avere governi regionali eletti da minoranze. È un rischio più profondo: quello di una crisi di legittimità.
Se la metà o più degli elettori non si reca alle urne, i rappresentanti eletti non possono più affermare di rappresentare la maggioranza dei cittadini. Le istituzioni, pur formalmente legittime, appaiono deboli sul piano del consenso sostanziale. Questo mina il patto democratico alla base della Repubblica.
Non è un problema solo italiano. Molti Paesi occidentali conoscono tassi di affluenza simili o peggiori. Ma in Italia, dove il voto è stato per decenni un atto quasi sacro e dove la partecipazione popolare era tra le più alte d’Europa, il calo appare ancora più traumatico.
Il lungo autunno elettorale che si è aperto rischia dunque di diventare anche un lungo autunno della democrazia. Se le urne restano vuote, il messaggio che arriva dai cittadini è inequivocabile: non crediamo più che il voto possa cambiare la nostra vita.
“Io non voto” come sintomo, non come malattia
Dire “io non voto” non è sempre segno di apatia. Spesso è un sintomo di malessere politico, una forma di protesta silenziosa, un modo per dire che le opzioni disponibili non sono soddisfacenti. È un rifiuto del menù, non della cena.
Il problema è che questo sintomo, se ignorato, può aggravarsi e trasformarsi in malattia cronica. Un Paese in cui metà della popolazione smette di votare è un Paese in cui la democrazia rischia di diventare formale, ma non sostanziale. Le decisioni vengono prese da pochi, per pochi, e l’idea stessa di sovranità popolare si svuota.
Marche e Valle d’Aosta: il silenzio come messaggio
In questo autunno italiano, lungo e denso di appuntamenti elettorali, il silenzio dell’astensionismo rischia di essere la voce più forte. Ogni scheda non compilata, ogni cittadino che resta a casa, ogni giovane che sceglie di non rientrare per votare è un tassello di un mosaico che racconta una democrazia affaticata.
Il silenzio, come scriveva Léon Bloy, è anche una parola. E in questo caso è una parola dura, che la politica non può permettersi di ignorare. Perché se sempre più italiani dicono “io non voto”, la vera domanda non è cosa succederà nelle regioni, ma se la democrazia riuscirà ancora a parlare a chi, oggi, ha scelto di tacere.