Oggi, 21 agosto: Gaza sotto assedio e la Cisgiordania frammentata dal nuovo piano edilizio

Il popolo senza una terra stabile non avrà un cuore stabile. Mencio

“Il potere è un veleno che corrompe chiunque lo detenga, e spesso anche chi lo osserva da vicino.” Tacito

Un giorno che pesa come un secolo: 21 agosto 2025

Ci sono giornate che passano inosservate e altre che restano incise nella carne viva della storia, questo è un giorno che pesa come un secolo, il 21 agosto 2025. A Gaza, dopo mesi di bombardamenti e assedi, le truppe israeliane hanno iniziato la presa sistematica di Gaza City, il cuore simbolico e politico della Striscia. Nelle stesse ore, a Gerusalemme, il governo israeliano rilanciava con decisione il piano edilizio E1, destinato a collegare Gerusalemme Est con l’insediamento di Ma’ale Adumim e a spezzare in due la Cisgiordania.

Il messaggio è duplice e spietato: non solo cancellare Gaza come centro politico e umano, ma anche rendere impossibile un futuro Stato palestinese contiguo. Lo ha detto senza infingimenti il ministro delle Finanze: “Ogni nuova casa è un chiodo sulla bara della Palestina”.

Mentre i bulldozer aprono strade e i carri armati stringono quartieri, la comunità internazionale osserva divisa. L’ONU chiede un cessate il fuoco immediato. L’Europa protesta ma non incide. Washington, guidata dal secondo mandato di Donald Trump, guarda altrove, ribadendo la sua dottrina: America dentro i suoi confini, libertà di azione a Israele e mano libera a Putin.

In questo intreccio di cemento, sangue e geopolitica, si ridisegna l’ennesimo capitolo di un conflitto che sembra eterno ma che ogni giorno diventa più irrimediabile.

Gaza: la città assediata il 21 agosto 2025

Alle prime luci dell’alba del 21 agosto, fonti israeliane hanno parlato di “prime fasi dell’operazione per conquistare Gaza City”. I numeri parlano da soli: 60.000 riservisti mobilitati, migliaia di carri armati e blindati, bombardamenti continui sulle vie di accesso.

Gaza City non è solo un agglomerato urbano: è la capitale de facto della Striscia, la sede delle istituzioni di Hamas, il simbolo di una resistenza che dura da decenni. Conquistarla significa decapitare la capacità politica e organizzativa di un movimento che, pur tra divisioni interne e repressione feroce, rappresenta ancora un punto di riferimento per milioni di palestinesi.

Ma il prezzo è altissimo: civili intrappolati, ospedali al collasso, quartieri ridotti in macerie. Il Segretario generale dell’ONU ha parlato apertamente di “catastrofe imminente”. Eppure, il governo israeliano procede convinto.

Il piano E1: geografia come arma politica

Mentre Gaza viene stretta in una morsa militare, la Cisgiordania viene plasmata dal cemento. Il progetto edilizio E1 non è una novità: presentato negli anni ’90, è rimasto congelato per decenni a causa delle pressioni internazionali. Oggi, con Trump alla Casa Bianca e l’Europa distratta dalle proprie crisi, E1 torna al centro.

Il piano prevede 3.500 nuove unità abitative, strade, scuole, centri commerciali, tutto per connettere Gerusalemme Est a Ma’ale Adumim. In apparenza un progetto di sviluppo urbano. In realtà, una manovra geopolitica chirurgica: tagliare in due la Cisgiordania, impedire la continuità territoriale tra nord e sud, rendere impraticabile la nascita di uno Stato palestinese vitale.

E1 è l’esempio più chiaro della strategia dei “fatti compiuti”: costruire oggi ciò che domani nessun negoziato potrà smantellare. Una volta edificata una città, una strada, un quartiere, è quasi impossibile tornare indietro.

“Ogni casa è un chiodo”: il linguaggio della fine

Le parole contano. Il ministro ha scelto una metafora funebre: ogni casa un chiodo, ogni cantiere una bara. Non c’è spazio per ambiguità diplomatiche: l’obiettivo non è la pace, ma la vittoria definitiva attraverso la dissoluzione dell’altro.

In questo linguaggio crudo risuona una verità scomoda: la politica edilizia diventa necropolitica. Non si tratta più di costruire per vivere, ma di costruire per seppellire. Il cemento non è infrastruttura, è arma.

La comunità internazionale: impotenza o complicità?

L’ONU invoca la tregua. L’Europa condanna ma non incide. I Paesi arabi oscillano tra proteste verbali e calcoli di sopravvivenza. La voce che manca è quella degli Stati Uniti.

Con Trump al potere, Washington ha ridotto drasticamente il suo impegno diplomatico. La dottrina è chiara: niente più lunghe mediazioni, niente più processi di pace infiniti. Solo accordi rapidi e vantaggiosi per gli interessi immediati americani.

Questo approccio lascia mano libera a Israele. Nessuna pressione sugli insediamenti, nessuna minaccia di sanzioni, nessun vincolo politico. Ma non solo: lascia mano libera anche a Putin, impegnato in Ucraina e nel Caucaso, dove le nuove offensive russe trovano un Occidente diviso e un’America volutamente assente.

Il messaggio globale è chiaro: Trump non vuole gestire l’ordine mondiale, ma ritirarsi entro i confini americani, salvo intervenire quando conviene alla sua narrativa interna.

Trump, Israele e Putin: il triangolo della nuova geopolitica

La postura americana ridisegna gli equilibri. Israele si sente autorizzato a spingersi oltre ogni limite, certo di non incontrare ostacoli a Washington. Putin, al contrario, sfrutta l’assenza americana per consolidare la sua influenza nello spazio post-sovietico e nel Medio Oriente.

In questo triangolo, i palestinesi diventano pedine sacrificabili. Senza un garante internazionale, privati del sostegno pieno degli alleati arabi, frammentati internamente, rischiano di scivolare da attore politico a puro problema umanitario.

Il 21 agosto 2025: Il peso della storia

Per comprendere il senso del 21 agosto bisogna guardare indietro. Dal 1948 a oggi, il conflitto israelo-palestinese è una lunga sequenza di guerre, occupazioni, negoziati falliti. Ogni tappa – dalla Nakba alla Guerra dei Sei Giorni, da Oslo alla Seconda Intifada, dalle guerre di Gaza del 2008 e del 2014 fino a quella odierna – ha aggiunto un livello di macerie materiali e morali.

Eppure, c’era stato un tempo in cui la prospettiva dei due Stati sembrava concreta. Gli Accordi di Oslo del 1993 avevano acceso una speranza. Gerusalemme avrebbe dovuto essere capitale condivisa, Gaza e Cisgiordania i territori di uno Stato palestinese.

Oggi quella prospettiva è definitivamente sepolta dal cemento. E1 non è solo un piano edilizio: è l’atto di morte di Oslo.

Voci dalla Palestina

Nelle strade di Ramallah, i palestinesi guardano a E1 come a una condanna. Un attivista locale lo ha detto chiaramente: “Non si tratta più di vivere in uno Stato libero o occupato, ma di vivere in un arcipelago di ghetti senza futuro”.

A Gaza, la voce di un medico dell’ospedale racconta la disperazione: “Abbiamo bambini feriti, donne senza casa, e nessuna possibilità di evacuare. Ci dicono che siamo scudi umani, ma noi siamo solo esseri umani intrappolati”.

Israele: sicurezza o dominio?

Dal lato israeliano, la narrativa è chiara: garantire la sicurezza di un popolo circondato da nemici. Gaza è vista come un santuario del terrorismo, la Cisgiordania come una minaccia potenziale.

Eppure, la domanda che molti si pongono è un’altra: fino a che punto la sicurezza si trasforma in dominio? Costruire muri, quartieri e barriere non elimina la resistenza, ma la moltiplica. Ogni casa che per Israele è sicurezza, per i palestinesi è esproprio.

Etica e diritto internazionale

Il diritto internazionale è netto: gli insediamenti nei territori occupati sono illegali. Le convenzioni di Ginevra vietano l’annessione e il trasferimento forzato di popolazioni. Eppure, tutto procede nell’indifferenza generale.

Questo pone una questione etica più ampia: cosa vale oggi il diritto internazionale, se le potenze maggiori lo ignorano? Se in Ucraina la violazione territoriale è condannata, perché in Palestina viene tollerata?

Tre concetti chiave

Costruire. Ma costruire non per abitare, bensì per negare. Il mattone come veto.

Stringere. Stringere Gaza fino a farla implodere, senza vie d’uscita né politiche né materiali.

Lasciare. Lasciare mano libera a chi ha la forza, che sia Israele a Gerusalemme o Putin a Mosca.

Paragoni storici e riflessioni filosofiche

La situazione odierna richiama altre tragedie della storia. I Balcani negli anni ’90, dove linee artificiali e enclavi etniche crearono conflitti eterni. Il Sudafrica durante l’apartheid, dove il potere si consolidava separando fisicamente le popolazioni. E ancora, India e Pakistan, dove confini tracciati dalla fretta e dalla politica hanno alimentato decenni di ostilità.

In ciascun caso, la politica del territorio come strumento di dominio ha prodotto sofferenza protratta, traumi sociali e civili che si tramandano. La logica è la stessa: impedire all’altro di esistere come soggetto politico e umano pienamente riconosciuto.

Il 21 agosto 2025: il futuro sospeso

Il 21 agosto 2025 mostra con chiarezza una realtà: la soluzione dei due Stati è ormai un ricordo. Gaza è destinata a essere distrutta e frammentata, la Cisgiordania a essere spezzata dal cemento. Israele ottiene vantaggi immediati, ma al prezzo di una condanna storica.

Trump, ritirando l’America entro i suoi confini, lascia un vuoto che altri riempiono. Israele con i bulldozer, Putin con i carri armati. Nel mezzo, i palestinesi, privati di terra, di capitale, di futuro.

Il conflitto non finisce: cambia volto. Da lotta tra due popoli a lenta cancellazione di uno di essi. Ogni casa costruita, ogni strada aperta, ogni parola pronunciata oggi diventa un chiodo in più non solo sulla bara della Palestina, ma anche sulla bara di un’idea di giustizia internazionale.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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