Il crepuscolo della coscienza e la cecità del dominio

​”La cecità è anche questo, vivere in un mondo dove non c’è più speranza.” — José Saramago

La cecità del dominio coloniale secondo Carlo Di Stanislao

La cecità del dominio coloniale attraversa il cuore di un’epoca segnata da conflitti che sembrano non conoscere fine, mentre la testimonianza di Amira Hass si leva come un monito severo contro l’anestesia morale che colpisce le società in guerra. La storica corrispondente di Haaretz, figlia di sopravvissuti alla Shoah e voce critica da decenni, ci pone di fronte a un’analisi spietata di quello che definisce il declino etico di Israele, un Paese che ai suoi occhi appare ormai incapace di guardare con onestà ai propri crimini e alle conseguenze di un’occupazione che si protrae da generazioni.

L’episodio recente che vede protagonista Itamar Ben Gvir, ministro della sicurezza nazionale, è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più profondo e inquietante: la normalizzazione del disprezzo e l’ostentazione della crudeltà come strumento di consenso politico. Il video diffuso sui social, in cui il leader di estrema destra schernisce pubblicamente gli attivisti internazionali della Global Sumud Flotilla, non è semplicemente un atto di propaganda aggressiva, ma il simbolo di una mutazione antropologica della destra israeliana.

Quello che un tempo veniva confinato ai margini del dibattito politico, considerato estremismo radicale da respingere persino dai conservatori tradizionali, è oggi diventato linguaggio di governo. La cecità di cui parla Hass non è una mancanza di vista fisica, ma una rimozione sistematica dell’altro, una cancellazione dell’umanità del nemico o di chiunque osi contestare la narrazione dominante del dominio coloniale esercitato in totale impunità.

Il dominio che deforma la coscienza

Trent’anni di permanenza nei territori palestinesi, tra la Striscia di Gaza e Ramallah, hanno permesso alla giornalista di osservare i meccanismi sottili e brutali attraverso i quali l’occupazione corrompe non solo chi la subisce, ma anche chi la esercita. Il controllo quotidiano sulla vita altrui, la gestione delle risorse, la limitazione del movimento e la costante presenza militare generano una deformazione della realtà che finisce per giustificare ogni arbitrio in nome della sicurezza o di una presunta superiorità morale.

Quando il dominio diventa la condizione naturale dell’esistenza, la violenza cessa di essere un’eccezione per farsi norma, e il senso di colpa viene sostituito da un’orgogliosa indifferenza. L’impunità, garantita da un quadro internazionale spesso impotente o complice, funge da acceleratore per questa deriva, permettendo a programmi politici basati sull’esclusione e sulla segregazione di trovare spazio e legittimità nelle alte sfere del potere.

In questo scenario, la figura di Ben Gvir rappresenta l’incarnazione di un’ideologia che non sente più il bisogno di nascondersi dietro la retorica della democrazia liberale. L’umiliazione pubblica degli attivisti non è solo un attacco a chi cerca di portare solidarietà, ma un messaggio inviato alla propria base elettorale: la forza non ha bisogno di giustificazioni, e la pietà è un segno di debolezza.

Questa visione del mondo, alimentata da decenni di retorica vittimistica unita a un potere militare soverchiante, sta trasformando Israele in un’entità che Hass descrive come alienata dalla sua stessa storia di sofferenza. Il paradosso di un popolo che ha conosciuto la persecuzione e che ora amministra un sistema di oppressione è un nodo dolente che la giornalista non esita a toccare, sottolineando come la memoria storica possa essere manipolata per servire interessi nazionalisti esasperati.

Gaza come prova della cecità del dominio coloniale

La situazione a Gaza, epicentro di un dolore inimmaginabile, rappresenta il banco di prova definitivo di questa cecità. La guerra non appare più solo come una risposta militare. Sembra, invece, essersi trasformata in un processo di cancellazione sociale e infrastrutturale.

Intanto, la comunità internazionale assiste a tregue fragili e a trattative geopolitiche complesse. Tra queste rientrano anche quelle che coinvolgono Stati Uniti e Iran per la stabilità regionale. Tuttavia, il tessuto umano della regione continua a lacerarsi. La normalizzazione di idee un tempo ripudiate rivela una società che ha smesso di interrogarsi sul proprio futuro.

Questa società preferisce la gratificazione immediata della forza alla ricerca faticosa di una convivenza possibile. Il rischio, avverte Hass, nasce dall’abbattimento degli argini della decenza e del diritto. Dopo quel cedimento, infatti, potrebbe non esistere più un punto di ritorno semplice.

Parallelamente a questa crisi mediorientale, il panorama globale mostra una tendenza simile verso semplificazione e polarizzazione. Le dinamiche politiche interne a molti Paesi occidentali, inclusa l’Italia, riflettono la ricerca di leadership forti. Spesso queste leadership sacrificano la complessità in favore dell’immagine. Anche il passaggio da una politica di confronto a una comunicazione visiva e mimica conferma questa trasformazione.

In questo scenario, ogni gesto viene calcolato per proiettare autorità o moderazione, secondo la convenienza del momento. Tuttavia, dietro le facciate istituzionali e i tentativi di accreditarsi come interlocutori moderati, restano le scelte concrete. Sono proprio quelle scelte a definire l’orientamento di una nazione davanti alle grandi crisi umanitarie e ai diritti fondamentali.

Opinione pubblica e stanchezza morale

La cecità collettiva si nutre anche della stanchezza dell’opinione pubblica. Un flusso costante di informazioni sommerge le persone e spesso desensibilizza anziché informare. Quando la sofferenza di un intero popolo diventa rumore di fondo, la barriera etica comincia a cedere. Lo stesso accade quando i video di umiliazione diventano virali senza suscitare uno sdegno unanime.

La denuncia di Amira Hass non riguarda solo il destino di Israele e della Palestina. Al contrario, mette in discussione l’integrità morale di chi osserva senza agire o, peggio, senza voler vedere. Il dominio coloniale, esercitato senza freni, produce un’oscurità che avvolge tutti gli attori in campo. Così diventa sempre più difficile distinguere tra legittima difesa ed esercizio brutale della sopraffazione.

Quando il linguaggio deumanizza l’altro

L’erosione dei valori democratici quasi mai avviene in modo improvviso. Nasce, invece, da piccoli cedimenti quotidiani e dall’accettazione di un linguaggio che deumanizza l’avversario. Cresce anche attraverso la rinuncia alla complessità, che resta l’unica vera difesa contro il fanatismo.

La giornalista ha trascorso la vita a testimoniare sotto le bombe e tra i posti di blocco. Per questo ci ricorda che la verità non è mai comoda. Inoltre, ci ricorda che un’informazione libera deve illuminare proprio gli angoli bui che il potere vorrebbe tenere nascosti.

Cecità del dominio coloniale e futuro della pace

In conclusione, chi ha vissuto in prima linea queste trasformazioni ci invita a riflettere sulla fragilità delle istituzioni democratiche. Le ideologie identitarie e i nazionalismi estremi mettono alla prova i valori universali e indeboliscono ogni equilibrio civile. Dai territori occupati arriva un monito globale. Il silenzio davanti all’ingiustizia non resta mai neutrale. Anche la tolleranza verso la retorica dell’odio contribuisce a costruire il mondo cieco descritto da Saramago. In quel mondo, l’indifferenza soffoca la speranza e il potere senza limiti cancella ogni responsabilità morale.

Per questo, serve uno sforzo collettivo di lucidità. Solo così possiamo squarciare il velo di questa cecità. Dobbiamo tornare a riconoscere nell’altro non un nemico da umiliare, ma un essere umano. Con lui condividiamo, inevitabilmente, lo stesso spazio e lo stesso destino storico. Solo una presa di coscienza radicale può aprire una via diversa. Allo stesso tempo, il rifiuto della violenza normalizzata può impedire la ripetizione degli errori del passato.

Il futuro non può ridursi a una nuova oscurità del conflitto perpetuo. Il cammino verso la pace non nasce da una vittoria militare schiacciante. Al contrario, passa attraverso il faticoso riconoscimento reciproco delle ferite e dei diritti. Oggi, però, questo percorso appare tragicamente ostruito dalle macerie di Gaza e dalla sordità dei palazzi del potere. L’appello di Hass resta dunque un grido nel deserto. Quel grido attende chi crede ancora nella dignità umana.

Nessuna bandiera può giustificare il sacrificio della dignità di un popolo.

di Carlo Di Stanislao

La Redazione de La Dolce Vita
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